Curzio Malparte corrispondente dal fronte orientale

Dov’è Malaparte?

Dov’è Malaparte?

Ricerca di Fausta Samaritani

 

La rivista “900”, di Massimo Bontempelli e di Curzio Malaparte, nacque nel 1926 come risposta alle due correnti dominanti della nostra letteratura: il Futurismo e il Rondismo. Due anni più tardi Malaparte (Kurt Erich Suckert 1898-1957) entrò nel movimento Strapaese che si esprimeva sulle colonne di due famose riviste: “Il Selvaggio” e “L’Italiano”. La sua attività di giornalista si è dunque sviluppata in modo parallelo rispetto a quella, più nota, di romanziere.

Dagli schedari degli archivi della P. S. risulta che un fascicolo su Malaparte fu aperto proprio nel 1926. All’Archivio centrale dello Stato, nel fondo del Ministero Interni, Direzione Generale P. S., i due fascicoli intestati a Malaparte, del 1926 e del 1928, risultano tuttavia svuotati. Non esiste addirittura un fascicolo a lui intestato nel Carteggio Ordinario della Segreteria Particolare del Duce: eppure si sa che Malaparte scrisse molte lettere a Mussolini.

Per trovare un Dossier su questo controverso scrittore e giornalista _ figlio di un cittadino tedesco e di una milanese, ma nato a Prato _ bisogna aprire un fascicolo del Ministero della Cultura Popolare, o “Miniculpop”, come era detto volgarmente (Miniculpop, Reports, b. 27, f. 61).

Dalla folta documentazione raccolta in questo fascicolo, estraiamo le carte che si riferiscono al periodo in cui Malaparte si trovava in Ucraina, come inviato speciale di guerra per il “Corriere della Sera”.

Il 22 giugno 1941 la Germania lanciò l’operazione “Barbarossa” che prevedeva l’invasione della Russia. Malaparte che, informato di un prossimo attacco all’ URSS si trovava già a Galats sul confine russo-romeno e, insieme a Lino Pellegrini, inviato de “Il Popolo d’Italia”, seguiva le operazioni di una colonna dell’esercito tedesco in Moldavia e in Bessarabia, si spinse in Ucraina.

Ad agosto 1941, sulla Terza Pagina del “Corriere della Sera”, apparvero sette sue corrispondenze sulla guerra in Ucraina: Spettri gentili fra le macerie (6 agosto), L’assalto alla linea Stalin (7 agosto), Lotte sanguinose sulla strada di Kiev (8 agosto), Campo di battaglia sovietico dove i morti sono “fuggiti” (9 agosto), Il bivacco nero (10 agosto), Incontro con i soldati italiani in Ucraina (12 agosto), Dio torna nella sua casa (14 agosto).

 

Trascriviamo due lettere che riguardano le corrispondenze di Malaparte e si trovano nel citato fascicolo del Miniculpop:

 

«Appunto per il Duce

Le corrispondenze che Curzio Malparte invia dal fronte orientale non sono sempre del tutto intonate. Infatti, è bene che il nemico non venga sottovalutato, e in tale senso sono state sin dal primo giorno di guerra impartite le necessarie disposizioni, ma non è neppure opportuno che della resistenza del nemico si faccia una sia pur velata esaltazione.

In considerazione di ciò si è provveduto a sequestrare il “Corriere della Sera” dell’8 agosto, che reca la corrispondenza “Lotte sanguinose sulla strada di Kiev”, che si allega, ed a disporre che il giornale non pubblichi altri scritti di Malaparte se non dopo averli sottoposti alla revisione di questo Ministero.

10 agosto XIX [1941]»

 

«Roma 10 agosto 1941

negli ambienti giornalistici è stato riservatamente commentata una corrispondenza apparsa sul “Corriere della Sera” del giorno 9 [sic!] corr. a. a firma dell’inviato speciale in Ucraina, Curzio Malaparte, già noto in tempi non lontani per il suo atteggiamento antifascista.

In tale corrispondenza, che Vi allego, sono contenute affermazioni che contrastano con i bollettini di guerra germanici e con le altre corrispondenze del genere apparse sullo stesso argomento, in altri giornali.

Naturalmente, diffusasi la voce di tale scritto del Malaparte il giornale, che non aveva avuto molta diffusione, è andato a ruba, e gli acquirenti si sono potuti individuare nei più impuniti e noti antifascisti. 

Negli ambienti giornalistici si è osservato che, data la diffusione del giornale milanese, anche fra le masse operaie della Lombardia, del Veneto ecc., le affermazioni del Malaparte sono destinate a suscitare notevole impressione.»

 

 

Aldo Borelli, direttore del “Corriere della Sera” poteva contare su due straordinari corrispondenti di guerra: Dino Buzzati e Curzio Malaparte; tuttavia il secondo, che mescolava mirabilmente realtà e letteratura, cronaca e politica, era un “cavallo di razza” difficilmente controllabile. Il veto del Miniculpop si fece presto sentire e le corrispondenze dall’Ucraina di Malaparte furono sospese.

Minacciato di revisione, per lunghi mesi Malaparte preferì tacere.  

Quali frasi aveva allarmato le alte sfere ministeriali? Non è stato difficile estrarre dall’articolo incriminato, Lotte sanguinose sulla strada di Kiev, i passi stonati:

  Hohenstein, "Corriere della Sera", manifesto

«A circa tre chilometri davanti a noi, i reparti leggeri della nostra colonna mantengono il contatto col nemico, che non fugge, ma si ritira combattendo passo per passo, con frequenti puntate controffensive di forti retroguardie.

Si odono distintamente il crepitio delle mitragliatrici, gli schianti laceranti dei mortai, la cupa esplosione dei proiettili di grosso calibro. La tattica seguita dai russi è senza dubbio, sotto certi aspetti, molto efficace. La resistenza dei reparti mobili di carri leggeri e di nuclei di fanteria è sostenuta da un’artiglieria numerosissima, in gran parte batterie, di medio calibro autotrasportate. E’ sotto la protezione del fuoco della loro artiglieria che i russi riescono a trasportare tutto con sé, a non lasciare sul terreno nemmeno un fucile spezzato, neppure il treppiede di una mitragliatrice. Una delle caratteristiche di questi campi di battaglia è l’estremo ordine in cui vengono lasciati dai russi in ritirata. Un ordine paradossale, che suscita nei soldati e negli ufficiali tedeschi una grandissima meraviglia. Persino i bossoli delle cartucce si portano dietro. Rastrellano il terreno con una cura che ha dell’incredibile. Si direbbe che si preoccupino di non lasciare nessuna traccia della loro presenza, nessun elemento che possa aiutare il nemico a comprendere il loro modo di combattere, la loro tattica, la composizione delle loro unità, la natura e l’impiego del loro armamento.

Dopo ore e ore di lotta, è impressionante giungere sul luogo della battaglia e trovarsi di fronte ad un terreno perfettamente liscio, pulito, dove non appare né un berretto abbandonato, né uno zaino, né una maschera antigas, né un nastro di mitragliatrice, né una cassetta di munizioni, né una bomba a mano, nulla. Neppure quei lembi di stoffa, quei pezzi di carta, quelle strisce di garza, quegli indumenti macchiati di sangue, che sono come i detriti inevitabili di una battaglia. Non lasciano che qualche morto, qua e là: gli ultimi caduti, gli ultimi rimasti a proteggere la ritirata dei compagni. Ma pochi, cinque, dieci, non più. Ed è straordinariamente impressionante la visione di quei poveri morti abbandonati su un terreno pulito, rastrellato con cura. Giacciono sull’erba verde come se fossero piovuti dal cielo. […]

Martellati dal fuoco delle artiglierie, i russi resistono ferocemente. Più volte irrompono al contrattacco, respingendo i tedeschi. L’artiglieria sovietica appoggia l’azione di quel disperato reparto, forse appena un battaglione, con un fuoco terribile di sbarramento e di controbatteria che obbliga i tedeschi a spostare di continuo i propri mezzi e causa gravi perdite alle fanterie germaniche. I tedeschi affermano che i russi si sono rivelati i migliori soldati fra tutti quelli coi quali si sono finora incontrati, in questa guerra. Migliori dei polacchi, migliori degli stessi inglesi. Non si arrendono. Combattono fino all’ultimo.»

 

Non è solamente scarna cronaca giornalistica. Il paesaggio è vuoto di ogni essere che abbia vita, tranne un tappeto uniforme di erba. La descrizione di questi luoghi di battaglia, spoglia di termini eruditi e di citazioni letterarie, ha tratti surreali e allucinati.

Alla fine dell’articolo il paesaggio cambia: un campo di battaglia, che i russi non hanno fatto in tempo a pulire, appare disseminato di corpi e di oggetti abbandonati, consueti residui della guerra. Malaparte attraversa lo spazio aperto, sotto locchio vitreo di quei poveri russi morti che sembrano guardarlo con rimprovero, anzi con stupore, perchè si trovano ancora lì.

Ha scritto Emmanuel Mattiato, in Il mare in Malaparte fra tragedia e metamorfosi (1942) (in “Civiltà Italiana”. Nuova serie 2_ 2002 «…e c’è di mezzo il mare» Atti del XIV Congresso AIPI di Spalato, vol. II, p. 185, Firenze, Cesati, 2002):

 

«Certo, gli articoli russi dell’estate 1941 sono di tono prevalentemente cronachistico, anche se spunta già una prosa più liberamente letteraria, sempre ricca di metafore. Quando si fa riferimento a questi articoli, si insiste generalmente sull’attenzione rivolta agli uomini umili, a qualsiasi fazione appartengano, siano vinti o vincitori, sullo sguardo pietoso del narratore, sull’umana sofferenza, sull’atrocità della guerra; eppure con ciò si trascura un motivo altrettanto presente, e di uguale importanza: la parte che spetta in quegli scritti alla descrizione del paesaggio, quale specchio misterioso e deformante delle battaglie. La natura fotografata dalla penna di Malaparte (ci sia perdonato tale accostamento di parole) è un riflesso inconsueto della storia in corso, un riflesso talvolta ostile ed immane _ come già apparivano le terre d’Etiopia nelle corrispondenze del 1939, con la differenza che il contenuto del servizio dall’URSS non è stato elaborato in alto loco e risulta perciò meno artificioso _ , talvolta evanescente, cangiante, perché ubbidiente al principio letterario della metamorfosi. […] Negli articoli sulla Russia, se la riflessione sociopolitica cerca di chiarire il senso degli eventi propriamente in atto nella tragedia est europea, la natura coi suoi mutamenti ne costituiscono lo scenario vivente.»

 

Dossier su Moravia Elio Vittorini e il Fascismo Cesare Pavese schedato per ragioni politiche

1 ottobre 2002

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana www.repubblicaletteraria.it