Nel feudo ereditario di Eleonora d'Aquitania

Trovatori alla corte di Eleonora di Aquitania

Rendez-vous à Poitiers 2001

 

di Fausta Samaritani

 

Eleonora, duchessa di Aquitania, la più ricca ereditiera del suo tempo, dopo il 1170 fissò la residenza a Poitiers, suo feudo ereditario, e vi tenne splendida corte.

Per la saison di primavera, fra Pentecoste e il giorno di S. Giovanni, si davano convegno da Eleonora i rampolli delle due case regnanti rivali che erano suoi figli o suoi figliastri: Margherita di Francia e sua sorella Alais, Costanza di Bretagna, Alice contessa di Blois, Eleonora regina di Castiglia, Giovanna regina di Sicilia, Riccardo Cuor di Leone e suo fratello Giovanni Senzaterra. Al loro seguito si recavano a Poitiers i giovani discendenti delle famiglie nobiliari di tutta Europa.

Cantori tedeschi, francesi e provenzali accorrevano alla corte di Eleonora per celebrarne la virtù e la fama. Bertrand de Born le dedicò un canto in cui giurava che lo stesso Tristano non aveva patito tanto per amore di Isotta, quanto egli per lei, Eleonora. Un chierico, Andrea Cappellano, compose un trattato dal titolo Dell’arte di amare cortesemente, in cui raccolse 31 regole sulla dottrina dell’amore. Nel cortile del suo palazzo di Poitiers, su un dais, un palco sopraelevato, Eleonora presiedeva agli arrets d’amour, veri tribunali d’amore, in cui si giudicavano gli uomini, con lunghe dispute sulla forma del loro legame con le donne. Alla saison del 1174, presieduta da Maria di Champagne, si asserì che l’amore tra marito e moglie è impossibile, poiché i coniugi hanno il dovere di prestarsi ai reciproci desideri e non rifiutarsi scambievolmente nulla, mentre gli amanti si concedono favori liberamente e non spinti da necessità legale.

Per quei tempi dovette apparire una vera e propria eresia.

Eleonora vedeva l’amore come espressione dell’anima appassionata e voleva mitigare la brutalità della società maschile che imponeva la logica dei matrimoni politici. Cercava di educare gli uomini all’amore inteso come arte, come eterno corteggiamento fine a se stesso e non come desiderio selvaggio e come possesso. Il tentativo di dare uno stile al rapporto tra uomo e donna era più di un vano gioco: era creare un’apparenza in cui illudersi di vivere, era concedere alla passione la distanza psicologica che mancava nelle strutture domestiche e sanitarie della casa medioevale.

 

I trovatori presenti agli “incontri” di Poitiers avevano il compito di mettere in versi e musica il nuovo stile d’amore. La moda dilagava: si diffuse in Savoia, Monferrato, Portogallo, Germania. Il messaggio traversava l’Europa. A Poitiers i lirici in lingua occitana raccoglievano gli umori di una corte irrequieta e ribelle, in canti che erano di aspra critica al governo della Chiesa e dei principi. Bertrand de Born istigherà il giovane re Enrico III contro il fratello Cuor di Leone che era entrato in gran pompa a Limoges e, per volere della madre Eleonora, vi aveva contratto matrimonio simbolico con la Santa protettrice Valeria, patrona di Aquitania: nella chiesa di Saint-Etiènne Riccardo, in segno di legame con i suoi vassalli, si mise al dito l’anello della Santa.

Regina di un regno immenso, che dalla Scozia arrivava a Tolosa, Eleonora era il punto di riferimento della cultura francese, figlia del libero sud. Sottratta alla pressione della volontà del regale marito, Eleonora viveva nel suo feudo di Aquitania, in cui accoglieva i nobili malcontenti del governo del re Enrico II. Riuscì ad istigare i figli contro il padre. Nel 1173 Enrico represse una rivolta, allontanò da sé i figli ribelli e chiuse la regina in una torre inglese. Eleonora vi restò prigioniera per quindici anni, vittima del suo singolare gioco, tra finzione della poesia cortese e appassionata rivolta politica; ma Enrico morrà logorato e inasprito, il cuore mortalmente stanco.

 

In Aquitania arrivavano, coi venti di oriente, i semi della libertà di spirito diffusi dalla esperienza greca antica e lì si mescolavano coi germi della nascente eresia albigese. Al principio del XIII secolo verseggiatori illustri italiani, alle corti estense, malaspiniana e sabauda, già copiavano le tecniche metriche dei trovatori provenzali, dimostrando di padroneggiare la lingua occitana e imponendo ai loro signori il gusto per una cultura e un’arte nuova. Il più noto trovatore italiano è Sordello da Goito, verseggiatore vigoroso, giullare quindi poeta in molte corti italiane, protetto da Ezzelino da Romano. Si stabilì alla corte di Raimondo, conte di Provenza e poi in quella di Carlo d’Angiò. Dante lo immagina sdegnoso e fiero nell’Antipurgatorio.

Fausta Samaritani

Chansons de geste Trovatori e Stil Novo Perceval e il Santo Graal

Testo scritto espressamente per la Repubblica Letteraria Italiana. Vietata la riproduzione e la traduzione.

1 settembre 2001

 

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

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