Dame e cavalieri alla corte di Re Artý

Perceval e la leggenda del Santo Graal

Perceval e la leggenda del Santo Graal

di Tina Borgogni Incoccia

 

Dopo aver soggiornato presso la corte di Eleonora di Aquitania e di sua figlia Marie de Champagne, Chrétien de Troyes nel 1181 si trasferì nella ricca corte di  Fiandra, dove regnava Filippo di Alsazia il quale, in seguito, partecipò alla terza crociata, perdendovi la vita nel 1191. Lo scrittore era ormai famoso e possedeva una ricca esperienza letteraria, avendo già scritto Tristano e Isotta, Lancillotto, Ivano e altri  poemi.

Lancelot uccide un cavaliere uscito dalla Roche aux Saxons per sfidarlo

Il Perceval rappresenta l’ultima sua opera che però non riuscì a terminare, perché fu interrotto dalla morte, intorno al 1190. La storia tratteggia felicemente le caratteristiche della progressiva maturazione di un giovane che supera lo stato iniziale di ingenua innocenza, trasformandosi in un perfetto cavaliere, un onesto amante e in un uomo rispettoso dell’aspetto religioso dell’esistenza. Questo ultimo elemento è presente fino dall’introduzione del racconto, in cui sono presenti molti riferimenti a Dio, alla carità ed ai grandi meriti morali del conte Filippo di Alsazia, per ordine del quale il poeta si accinge a narrare la storia più bella mai narrata in corte di re: il racconto del Graal.

La leggenda medievale del Graal

Al giovane Perceval ed al Santo Graal è stato attribuito successivamente da parte di molti autori un significato mistico esoterico d’iniziazione che forse non era nelle intenzioni del nostro scrittore il quale, pur essendo animato da forti convinzioni morali, non sembra particolarmente portato al misticismo. Lo vediamo più a suo agio nella rappresentazione dolce e serena dei paesaggi primaverili o nelle descrizioni dinamiche dei duelli o allorché si sofferma  compiaciuto nei raffinati interni dei suoi castelli prediletti, in scene piene di grazia e leggiadria, divertendosi talvolta a sottolinearle con sfumature ironiche e  maliziose.

E’ vero che il mito del Graal venne introdotto nella letteratura francese per la prima volta da lui, ma successivamente l’argomento fu trattato da molti autori medievali, tra i quali Wolfram von Eschenbach che sostituì al Graal una pietra magica, mentre nel 1200, Robert de Boron riferì la storia del Santo Graal, identificandolo con la coppa che servì all’ultima cena di Gesù e nella quale Giuseppe d’Arimatea aveva raccolto il sangue che sgorgava dal fianco del Redentore, ferito dalla lancia del centurione Longino, portandola poi in Bretagna. Si raccontava che Merlino avesse fatto costruire la Tavola rotonda, appositamente per accoglierla.

In altri romanzi successivi comparivano anche Lancillotto e suo figlio Galahad, impegnati nella ricerca della coppa misteriosa, ma senza riuscire a fare ritorno.

Si tratta di una leggenda di probabile origine celtica, tramandata oralmente, di cui abbiamo perduto il significato originario e in seguito, cristianizzata, (la coppa diviene il calice di Gesù). Come avviene spesso, il folclore popolare o i poeti che se ne appropriano, tramandano certe immagini simboliche, il cui senso si arricchisce con il tempo, secondo le interpretazioni loro attribuite dalle varie culture.

Il Perceval di Chrétien de Troyes

Il  romanzo, nelle intenzioni di Chrétien, si propone un fine educativo, perché pur narrando una fiaba piena di poetica  grazia, in cui il tempo e lo spazio continuano ad avere quella vaghezza di riferimenti che già conosciamo dai suoi precedenti poemi, l’autore vuole indicare la strada necessaria che un giovane deve percorrere per arrivare ad essere un perfetto cavaliere, un amante leale ed un buon cristiano. 

Forse, anche le madri troppo protettive sono prese di mira. Infatti, quella di Perceval, atterrita dai pericoli del mondo, trattiene il figlio in un ambiente lontano e riservato, in mezzo alla Guasta Foresta cercando di nascondergli la realtà delle guerre, della tentazione amorosa e anche delle istituzioni religiose. Ella gli dà molti buoni consigli di comportamento, ma il tutto rimane in una sfera puramente teorica. Si tratta di una visione egoistica e innaturale del mondo, tanto che il figlio, allorché incontra per la prima volta dei cavalieri e vede i giachi brillare, gli elmi politi luccicare, e il bianco e vermiglio risplendere contro il sole, e l’oro e l’azzurro e l’argento desidera andarsene a correre l’avventura e, incurante delle grida di richiamo della madre, non si ferma e non torna indietro nemmeno quando, voltandosi, la vede cadere a terra come morta.

Le esperienze vissute dal ragazzo nell’incontro con i cavalieri o più tardi, alla corte di re Artù, o nel primo incontro con una fanciulla, con la quale si comporta in maniera veramente ingenua e sprovveduta, offrono al nostro narratore la possibilità di creare situazioni comiche, di fronte alle quali il lettore sorride a causa delle grossolane ingenuità commesse dal giovane; ma la sua buona natura e la sua innocenza gli fanno superare gli ostacoli e lo rendono accetto anche al re Artù, che è molto comprensivo.

Alla corte di re Artù ritroviamo tutti i cavalieri le cui caratteristiche sono familiari a chi conosce i romanzi di Chrétien. 

Durante il suo cammino, Perceval incontra anche buoni consiglieri, di cui egli sa fare tesoro, esagerando anzi nell’ubbidire ai loro insegnamenti, tanto da lasciarsi sfuggire l’occasione di avere la spiegazione di un evento misterioso, di cui è testimone.

Si tratta della visione del Santo Graal che avviene nel castello del Re Pescatore che è infermo e non può più combattere, ma solo farsi trasportare in una barca a pescare. Perceval assiste ad una processione, in cui un valletto impugna una lancia da cui colano gocce di sangue ed a questa segue una fanciulla che porta una coppa splendidamente luminosa, seguita da un’altra damigella con un vassoio d’argento.

Una fanciulla molto bella, slanciata e ben adorna veniva coi valletti e aveva tra le mani un Graal. Quando fu entrata nella sala col Graal che teneva, si diffuse una luce sì grande che le candele persero il chiarore, come stelle quando si leva il sole o la luna.

Egli è come incantato e vorrebbe chiedere spiegazioni, ma gli hanno raccomandato di preferire il silenzio alle domande inopportune, così tace, mentre avrebbe dovuto parlare per poter essere illuminato sul significato sicuramente molto importante di questa scena. In realtà, il suo silenzio è dovuto ad una punizione: ha mancato di pietà allorché, vedendo sua madre caduta, non si è fermato. Adesso, pentito, vorrebbe raggiungerla, ma è troppo tardi, perché ormai è morta, come gli viene riferito. Non resta che vagare errabondo, scontando la sua pena per poter essere nuovamente degno di vedere il Graal e chiarire il mistero che lo circonda.

Passeranno altri cinque anni di esperienze dolorose, prima che egli maturi a dovere il suo pentimento, il senso di responsabilità e di rispetto verso gli altri diventando finalmente un perfetto cavaliere. Potrà finalmente anche amare ed essere riamato da una damigella di nome Biancofiore. A questo proposito l’autore inserisce nella sua narrazione un episodio pieno di fascino.

In un mattino gelato d’inverno, un’oca bianca ferita da un falcone cade sulla prateria bianca di neve. Tre gocce di sangue macchiano la neve creando un alone rosato che fa ricordare a Perceval il fresco colore del volto della sua amica. Ne è così incantato che sembra addormentato sul suo cavallo. Così lo sorprendono i cavalieri di re Artù e il solito Keu, cavaliere bello e forte, ma cattivo e sempre pronto a denigrare gli altri, lo vorrebbe umiliare di fronte al re. Sarà soltanto Galvano, uno dei cavalieri che incarnano per l’autore l’anima nobile della cavalleria, a capire il rispetto che si deve anche ai sogni e alle emozioni del cuore umano.

Più tardi, durante la settimana santa, nel giorno del Venerdì di Passione, dopo l’incontro particolarmente edificante con un eremita (gli eremiti dalla vita solitaria ed ascetica, godevano di una fiducia particolare nel Medio Evo e venivano spesso contrapposti al clero secolare corrotto e mondano) Perceval si pente umilmente dei suoi errori e sente il bisogno sincero di diventare un buon cristiano, rendendosi conto di avere sbagliato, non solo verso sua madre, ma anche verso il Re Pescatore, che sarebbe guarito della sua malattia e tutta la sua gente ne avrebbe tratto grande benessere se egli, invece di tacere, si fosse interessato alle vicende di quella terra desolata che attendeva un salvatore.

La seconda parte del romanzo è destinata a narrare le imprese del cavaliere Galvano, ma lo spazio narrativo a lui destinato sembra francamente un po’ sproporzionato, rispetto a quello dedicato a Perceval (quattromila versi sui novemila del poema) Forse, Chrétien che aveva dedicato i suoi poemi a tanti guerrieri famosi, si sentiva in debito proprio con quello cui egli attribuiva così grandi meriti.

Il nostro giovane eroe è ormai lasciato al suo destino, ma il percorso delle sue avventure non è finito: resta il desiderio insoddisfatto di poter rivedere il Santo Graal. Così le imprese sono destinate a continuare, ma Chrétien muore prima di aver terminato il suo poema.

Il Parsifal romantico

La leggenda, dopo un lungo periodo di oblio, rifiorì durante il Romanticismo per opera soprattutto di Riccardo Wagner che era affascinato dalle antiche saghe nordiche le quali gli offrirono materia per le sue opere più famose. A Parsifal, che terminò nel 1882, dedicò circa quarant’anni della sua vita, cominciando a delinearlo fino dal 1845, così da farlo diventare il simbolo della sua ricerca di verità e di perfezionamento morale. Ne riprese infatti più volte la tessitura, con la profonda convinzione che sarebbe stato l’ultimo suo lavoro, il coronamento della sua creazione artistica. Due versi scritti nel 1858 insieme al motivo musicale esprimono bene questa faticosa  gestazione:

Dove ti troverò, o santo Gral                         Wo find ich dich, due heil’ger Gral

pieno di desiderio, il mio cuore ti cerca.      dich sucht  voll Sensucht  mein Herze.

La grazia e l’eleganza dei cavalieri e damigelle creati da Chrétien, nella fiabesca atmosfera medievale, non potevano bastare a Wagner che aveva bisogno di dare romanticamente al suo giovane eroe uno spessore più denso, nutrito della sua personale esperienza di dolore e di pietà, maturata lungo il corso della vita. L’eroe inesperto e innocente doveva diventare capace di vera compassione attraverso la sofferenza, perché la nostra pietà diventa effettiva e universale, soltanto quando siamo capaci di provare noi stessi il dolore degli altri.

L’ansiosa ricerca del Graal si conclude nel giorno del Venerdì Santo, giorno di dolore che si trasforma in un giorno di gioia e di  liberazione, perché le lacrime dei peccatori pentiti fanno fiorire i prati. La stessa lancia che ha ferito il re malato, servirà a risanarlo, ma ora Parsifal conosce le parole dell’amore. Così il Graal diventa un segno sacro di salvezza e di redenzione: tale è la forza misteriosa dei simboli, il cui senso arcano si oscura o si illumina attraverso il tempo, a seconda del nostro atteggiamento a loro riguardo.

Tina Borgogni Incoccia

Chrétien de Troyes, Perceval, Mondadori, 1983

Richard Wagner, Parsifal, D’Agostini, 1991

Dizionario dei miti letterari, a cura di Pierre Brunel, Bompiani,1996

Illustrazione: Affresco a Frugarolo (AL) del ciclo Lancelot du Lac

Chansons de geste Corti d'amore Trovatori e Stil Novo

31 dicembre 2002

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato per la prima volta sul CD-Rom La Repubblica Letteraria online, N. 1 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, 2005 (2° edizione)

Messo in rete il 7 ottobre 2015

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