Lancillotto e Ginevra, Tristano e Isotta

Rinascenza europea tra dame e cavalieri, menestrelli e trovatori

Rinascenza europea tra dame e cavalieri, menestrelli e trovatori 2001

 

di Tina Borgogni Incoccia

 

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e senza alcun sospetto

(Dante Inferno V, 127-129)

 

Dopo il Mille si ebbe in Europa un periodo di intenso risveglio, una rinascenza in tutti i campi, compreso quello letterario che vide l’affermarsi dell’uso scritto delle lingue volgari parlate romanze e germaniche nella narrativa e nella poesia. Era sempre più avvertita l’esigenza di una comunicazione immediata con un pubblico più vasto, anche se le opere scritte in latino erano considerate un modello insuperato nei vari campi del sapere.

Nel corso del secolo XII la letteratura francese, sia in lingua doc sia in lingua d’oil, ebbe una magnifica fioritura e influenzò profondamente anche la nascente letteratura in volgare italiano, tanto da costituire un elemento immancabile nella formazione culturale dei nostri primi poeti. Nelle varie corti regali e feudali della terra di Francia, dal sud al nord, trovatori, giullari e menestrelli recitavano e cantavano, accompagnandosi con liuti e viole, le opere poetiche scritte nella lingua parlata che spesso nella forma e nello stile serbavano ancora le caratteristiche di una letteratura destinata prevalentemente alla comunicazione orale.

La nobile signora, moglie del signore del castello, era protettrice e ispiratrice dei poeti che vi erano accolti e costituiva il centro animatore della corte. Tra le più famose, Eleonora di Aquitania, nipote di Guglielmo di Aquitania che era stato il primo trovatore, moglie di Luigi VII di Francia e poi di Enrico II Plantageneto e madre di Marie e di Alice, andate spose al conte di Champagne e al conte di Blois. Proprio alla corte di Marie de Champagne troviamo Chrétien de Troyes, il più grande poeta medievale prima di Dante, i cui poemi di argomento epico-fantastico (Erec e Enide, Il re Marco e Isotta la bionda, Cligès, Lancillotto o il cavaliere della carretta, Ivano o il cavaliere del leone, Perceval o il racconto del Graal ed altre composizioni solo in parte pervenuteci) ebbero una grande fortuna.

Nelle corti si leggevano le chansons de geste del ciclo “carolingio” che celebravano la riscossa dei cristiani capeggiati da Carlo Magno contro i Mori, ormai solidamente impiantati in Spagna e in altre aree mediterranee. In Provenza e in Aquitania si ascoltavano le dolci poesie d’amore dei trovatori che cantavano l’amor cortese (la fine amor) le cui regole erano state codificate analiticamente nel trattato De Amore di Andrea Cappellano, cioè l’amore perfetto per la dama spesso lontana o socialmente irraggiungibile.

Attraverso il complicato intreccio dei lunghi poemi narrativi si potevano seguire le affascinanti avventure di eroi appartenenti alla tradizione epica greco-latina ed ellenistica, come Alessandro o Enea; ma l’interesse maggiore era volto ai poemi che celebravano la cosiddetta materia di “Bretagna” perché fiorita in ambiente anglo­normanno di qua e di là del canale della Manica, materia detta anche “arturiana” perché i cavalieri protagonisti di quel ciclo epico-­fantastico, erano soliti riunirsi intorno ad una tavola rotonda, alla corte di re Artù, per riceverne onore e riconoscimento di gloria.

 

La fonte delle vicende avventurose dei cavalieri era data dall’opera pseudostorica, Historia regum Britanniae, scritta in latino da Geoffrey di Monmouth il quale intendeva conferire anche ai Britanni, in lotta contro i Sassoni, la dignità di un antico passato arricchito dalle magiche profezie del mago Merlino che assicurava ad Arthur (chiamato poi Artù), un destino eccezionale il cui fascino si è tramandato fino ad oggi.

Così diventarono familiari e destinati a lunga fama i cavalieri e le dame della sua corte: Lancillotto, Ginevra, Ivano, Galvano, Perceval, Tristano e Isotta, mentre le avventure d’armi, cantate alle corti di Francia, si ingentilivano con l’introduzione dell’elemento sentimentale dato dalle vicende amorose.

In questa straordinaria fioritura di motivi e di generi confluivano come in un crogiuolo elementi di svariate culture venute in contatto tra loro: latina, celtica, araba, ebraica, greca, ellenistica, che avrebbero fecondato la letteratura europea nelle sue varie espressioni linguistiche, dando luogo a nuove e originali elaborazioni di forme e di contenuti.

 

Chrétien de Troyes, Ivano, Oscar Mondadori, 1983

 

 

Un cavaliere in cerca di avventura

 

Prendiamo in esame un bel racconto, della materia di “Bretagna”, pervenutoci per intero, in cui sono chiaramente presenti gli elementi magico-fantastici della tradizione celtica: Yvain ou le chevalier au lion, scritto tra il 1170 e il 1180 da Chrétien de Troyes, forse un chierico, che visse alla corte di Marie de Champagne e successivamente a quella di Fiandra, su cui regnava il conte Filippo d’Alsazia.

La situazione spazio-temporale di questa molt bele conjointure, come l’autore stesso giudica la propria storia, è rappresentata dal mondo prodigioso del tempo d’avventura (M. Bachtin), tipico del Medioevo. E’ innegabile il fascino del giovane cavaliere, anche se l’autore colloca ormai nostalgicamente nel passato questo modello di mondo, perché la sua visione attuale è assai più realistica e informata ai nuovi valori che vanno delineandosi intorno a lui.

 

Si tratta di un racconto molto articolato che inizia alla corte di re Artù, nel giorno di Pentecoste. La corte è il luogo da cui i cavalieri partono ed a cui ritornano, nella quale soltanto si può avere la garanzia, il riconoscimento ufficiale del valore di un cavaliere. Il giovane Ivano deve ancora dimostrare compiutamente le sue capacità, tanto che decide di partire per portare a termine un’impresa in cui è fallito un altro cavaliere. Sono presenti fin dall’inizio i luoghi e gli oggetti magici che ritorneranno più volte nel corso del racconto: la fontana, il pino, la pietra, il bacile, e i luoghi tipici dell’avventura medievale: i castelli, le foreste, le lande, le radure semicoltivate, il tutto con una grande vaghezza di riferimenti geografici e temporali. Prima siamo a Carduel nel Galles, poi in Brocelandia nel nord della Francia, senza accenno al passaggio del mare. Il tempo è ritmato da riferimenti religiosi come la Pentecoste, o genericamente solari come l’alternarsi del giorno e della notte, l’atmosfera è insomma fiabesca anche se Chrétien manipola questo mondo prodigioso con razionalità intelligente e ordinata e pur proiettandovi la sua nostalgia, sa osservarlo con ironia bonaria. Ci fa vedere ad esempio Artù e Ginevra all’inizio del racconto che si appartano in una camera per i loro amori e si addormentano senza curarsi di tutta la corte che li sta aspettando. Attraverso le foreste incantate l’autore ci fa anche intravedere una nuova visione più realistica del mondo. Un cavaliere bello e cortese racconta di avere incontrato un rozzo villano (descritto come un essere orrendo e ripugnante), e di avergli chiesto informazioni sulla strada da seguire per trovare avventure da compiere, allo scopo di dimostrare la sua prodezza e il suo ardimento; ma il rozzo villano non sa niente di avventure meravigliose (d’aventure ne sai je rien) però dichiara di essere un uomo che sa controllare il bestiame e conosce le strade del bosco.

 

Nel castello della “pessima avventura” trecento fanciulle intente a tessere sembrano riprese dalle scene reali di un opificio tessile medievale, con indicazioni precise anche sul loro salario e sulle loro dure condizioni di lavoro. Nei castelli l’elemento femminile è sempre dotato di grazia e accortezza e in una sala troviamo una fanciulla che legge un romanzo ai genitori, certamente un riferimento alla maggiore cultura delle giovani donne, più progredite rispetto alla vecchia generazione.

Nel corso dello svolgimento dall’intreccio assai dinamico, il nostro eroe affronta vittoriosamente la prova di valore uccidendo il cavaliere signore della fontana incantata e quindi sposa la bella e ricca feudataria Laudina, vedova dell’ucciso. Potrebbe vivere tranquillamente, ma esortato dall’amico Galvano che gli ricorda i doveri di un cavaliere, riparte in cerca di avventure non senza aver promesso di tornare entro un anno. La promessa è purtroppo dimenticata ed egli viene ripudiato dalla moglie. Inizia così la lunga fase dell’espiazione, assai importante tanto è vero che occupa quasi la metà del romanzo. Le imprese compiute saranno molto pericolose e dolorose, ma alla fine egli sarà degno di riconquistare l’amore della sua sposa. Durante il viaggio avviene l’incontro con un leone ferito che egli cura affettuosamente, tanto che il leone diviene il suo fedele compagno.

Seguire Ivano nel corso movimentato delle vicende significa anche prendere atto della trasformazione del personaggio che attraversa perfino un periodo di follia, ma al termine delle sue peregrinazioni dimostra di avere acquisito una nuova identità, assai più complessa rispetto a quella del passato. Non è più il giovane desideroso soltanto della sua gloria personale, ma è in grado di lottare per combattere soprusi e ingiustizie dimostrando valore, generosità e cortesia, cioè le qualità di un perfetto cavaliere.

 

Il tema della ricerca di avventura si arricchisce così di uno spessore etico-sociale che certamente rispecchia l’ideale morale dell’autore. Tutto ciò senza alcuna pesantezza didascalica e senza alcun senso di serietà tragica. L’atmosfera della ricerca di avventura è sempre serena perché il romanzo medievale, come afferma Zumthor nella sua analisi del mondo cavalleresco, è un sogno di felicità, ed esprime la volontà e la forza di vincere il male. I luoghi che l’autore privilegia, per esprimere questa felicità, sono i castelli con le loro sale e i loro verzieri, caratterizzati sempre da elementi di splendore, ricchezza ed eleganza, fortemente in contrasto con l’ambiente che li circonda: foreste cupe, lande deserte, dove il cavaliere svolge azione liberatrice dalle forze ostili naturali e magiche che ne minacciano la serenità.

Chrétien de Troyes non ha certo inventato il tema della ricerca che, come quello del viaggio è uno degli archetipi della struttura narrativa di tutti i tempi; ma pur dominando con sicura capacità di costruzione razionale il suo racconto, ha saputo collocarlo con grazia ed eleganza nello spazio-tempo fiabesco medievale, usando nella scrittura lo strumento linguistico della lingua parlata, più adatta ad esprimere il mondo nuovo che stava rapidamente trasformandosi.

Tina Borgogni Incoccia

 

M. Bachtin Estetica e romanzo, Torino, Einaudi, 1979

P. Zumthor Leggere il Medio Evo Bologna, Il Mulino, 1981

 

Illustrazione: Lancelot uccide un cavaliere, alla presenza di Artù e Ginevra, c. 1393. Affresco a Frugarolo (AL) del ciclo Lancelot du Lac

Poesia cortese Corti d'amore Perceval e il Santo Graal

1 settembre 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it