Il nonno di Ippolito Nievo

Versi di Carlo Marin, patrizio veneziano

Liriche d'amore di Carlo Marin, patrizio veneziano 2001

di Fausta Samaritani

 

Non opera di serio e grave argomento, ma alcune facili rime leggiadramente poetiche e sparse di amenità, discese dalla vena spontanea e feconda di un prezioso mio Amico, cui, come spero di somigliare nelle qualità del cuore, vorrei pur essere eguale nelle doti della mente.

Il donatore, che si firmava A. D., così presentava ad Andriana Balbi e al suo promesso sposo Giuseppe D’Ezdorf un opuscolo per nozze con liriche di Carlo Marin, stampato nel 1843. L’autore delle anacreontiche, discendente da una delle famiglie patrizie fondatrici di Venezia, ebbe in gioventù l’opportunità di esercitare il diritto ereditario di sedere nel Maggior Consiglio, organo che eleggeva i Dogi. Carlo Marin era il nonno materno di Ippolito Nievo. La critica è concorde nell’identificare in lui il modello per la figura di Carlo Altoviti anziano, nelle Confessioni d’un italiano.

Figlio di Girolamo e di Chiara Belluna Bragadin, Carlo Marin era nato il 1 marzo 1773 a Muggia (Istria), dove il padre era Podestà della repubblica di Venezia. Aveva tre fratelli: Angelo, Marino e Pietro e un altro fratello di nome Carlo fu battezzato il 4 ottobre 1770 a Lonigo, città di cui Girolamo Marin era allora Podestà. Carlo Marin fino a venti anni fu educato dai padri Somaschi alla lettura dei testi classici. Studiò Gaetano Filangieri e Montesquieu. Fu amico dei fratelli Giovanni e Ippolito Pindemonte, di Giovanni Battista Venturi che era allievo di Spallanzani, del Montanari che finì nei processi di Belfiore. Sposò in prime nozze Regina Morosini da cui ebbe una bambina, e in seconde nozze Ippolita Colloredo che gli diede due figli: Augusto e Adele, dalla quale nacque Ippolito Nievo. Funzionario amministrativo della repubblica di Venezia prima, e dell’Impero Austro-Ungarico poi, Carlo Marin fu Castellano a Chioggia, poi Tesoriere a Udine, Segretario Camerale a Verona, Vicenza e Ancona, Intendente a Ferrara e a Verona, infine Ciambellano a Verona. Nel 1846, dopo 53 anni di servizio, si ritirò in pensione e visse presso la figlia Adele, tra Sabbioneta e Mantova, dove morì il 16 giugno 1852. Dettò le parole da incidere sulla sua tomba:

Nudo nascea nudo moria

Beato lo Dio che sì mi fea

E nelle vie d’onor mi custodia

Le liriche dell’opuscolo per nozze sono fresche e facili. Il verso scorre, canta. La corda armonica del piano-forte di Nina vibra con accenti diversi, assecondando i sentimenti che agitano il cuore della donna. Nella anacreontica Il canto di Fillide, ispirandosi ad una nota aria, Marin, teneramente ammiccando, scrive:

Se vuoi che scenda impavido

Là, ’ve d’amor la santa

Pietà condusse il misero

Fido amator, tu canta,

"Ombra adorata aspettami".

L’opuscolo per nozze, se letto e meditato, poteva creare qualche dubbio tra i critici letterari sulla derivazione del Carlo Altoviti anziano dal nonno Carlo Marin. E’ stato forse Ippolito Nievo a creare la leggenda, poiché nel proemio al romanzo Angiolo di bontà dichiarava di aver appreso dal nonno fatti e costumi degli ultimi tempi della Repubblica di Venezia? Oppure sono stati i critici a trasferire nelle Confessioni quello che Nievo aveva scritto per Angiolo di bontà? Nella storia di Morosina Valiner, giovane virtuosa, ci sono riferimenti alla vita di Carlo Marin: la protagonista si chiama Morosina, e la prima moglie di Marin era Regina Morosini; vive nel convento delle Serafine, e la seconda moglie si chiamava Maria Ippolita Serafina Colloredo, come scritto nel registro dei battezzati di S. Barnaba a Mantova, in data 12 dicembre 1785.

Ippolita Colloredo il 7 agosto 1808 si presentava davanti all’Ufficiale di Stato Civile di Venezia per contrarre matrimonio con Carlo Marin: aveva 23 anni e da un anno viveva nel Monastero della Croce, in Venezia; il promesso sposo ne aveva 35 e da alcuni mesi risiedeva a Verona, dove la coppia andò ad abitare. Si fece a meno del consenso dei genitori della sposa, dichiarati absenti da un atto sottoscritto dal Giudice di Pace di Codròipo. Era un mezzo per eludere la volontà dei genitori oppure, di fronte alle insistenze della ragazza di sposare Carlo Marin, essi avevano acconsentito a risultare absenti, pur di non assistere alle nozze? Quali ragioni avevano contro lo sposo? Era nobile ma povero, come tutti i figli dei piccoli funzionari della Repubblica di Venezia.

Nel romanzo Angiolo di bontà tenerissimo è l’incontro di Morosina con suo padre, che è Podestà di un piccolo paese e nelle vesti dimesse denuncia la scarsa agiatezza in cui vive. Non si conserva corrispondenza fra Ippolita Colloredo e i genitori, segno di un distacco; al contrario la famiglia Marin-Nievo fu sempre in contatto con Elisabetta Colloredo, sorella di Ippolita e moglie di Lauro Mainardi. Uno spiraglio sul perché del contrastato amore si apre considerando altre date: Giovanni Battista Colloredo aveva 52 anni all’epoca delle nozze della figlia e sua moglie Lucrezia Busca 36: Ippolita era quindi nata quando sua madre aveva 13 anni. Al momento delle nozze la differenza di età fra lo sposo e la madre della sposa era di 3 anni. E’ verosimile che una tempesta di gelosie di sia scatenata nell’animo di questa donna, che potrebbe essere il prototipo di tutte le figure materne "negative" che si incontrano nei romanzi di Nievo.

La Fondazione Ippolito Nievo conserva un quaderno con poesie di Carlo Marin e fogli sparsi con note, epigrammi, sonetti: materiale inedito e di difficile lettura, messo insieme dall’autore negli ultimi anni di vita, con l’idea forse di trarne un opuscolo a stampa. Tenero è il ricordo per una ragazza amata e morta giovanissima, che egli non riuscì a sposare. Altri versi, datati Sabbioneta 1848-1849, parlano della guerra, in parte combattuta nel mantovano. La reale posizione politica di Carlo Marin appare molto diversa da quella di Carlo Altoviti anziano. Il nonno Marin si illudeva che risorgesse l’antica repubblica di Venezia, mentre suo nipote Nievo credeva in una Italia unita: Carlo Altoviti anziano riflette il pensiero del nipote, non quello del nonno. Contrastati, difficili, dolorosi furono gli amori di Ippolito Nievo; teneri, sereni, appagati furono quelli di Carlo Marin. Nella poesia Il fico racconta una gita sulle fertili colline, ai piedi del Baldo, monte che domina la sponda veronese del Garda. Carlo Marin, già avanti negli anni, adombra con vezzo di sano e ironico erotismo il rapporto amoroso con Nina. E’ lei la Nina al piano-forte?

Fausta Samaritani

Oratorio a Fossato di Rodigo e Sposi novelli a Verona

18 aprile 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Zibaldone

Dai Carmi o 26 miei Scaccia_noja

1) La montagna che sovrasta la sponda veronese del Lago di Garda.

2) La dea che protegge la frutta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(3) Cade in terra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(4) Cupola, volta.

Il fico

Anacreontica burlesca N17

1 - Agli orti Esperidi

Diam bando, o Nina

Lasciam le magiche

Piante d’Alcina:

Queste son favole

Care ai fanciulli.

2 - Ora alle fertili

Verdi colline

Che il guardo innalzano

Del Baldo (1) al crine

Pomona (2) invitane

Moviamo il pié.

3 - E il raggio scaldasi

Del vespertino

Bianco crepuscolo

O del mattino:

Le calde riedono

Ore del giorno.

4 - Colà si appressino

Su piccol desco

La rosea fragola

Lo stranio pesco

La prugna gallica

Che garba a te.

5 - Per me ti piaccia

Un panierino

Colmar del tenero

Frutto divino

Che spunta e abtellasi (3)

Senza fiorir.

6 - Il fico io chieggovi

Che gli sdentati

Vecchi, e i pargoli

Mangian beati:

Senz’osso e cuspide

Natura il fé.

7 - Né, s’egli ha tenera

La veste umìle

Tu voglia, Amabile

Prenderlo a vile:

Bella modestia

Cuopre il suo mel.

8 - Così la mammola

Bruna vïola

Fra l’erbe appiattesi

Ama esser sola,

Le tue pur celansi

Beltà fra i vel.

9 - E convien credere

Fosse immaturo

Quando il rio Demone

Ad arte il duro

Pomo terribile

Ad Eva offrì.

10 - O nel generico

Nome del pomo

Pretese alludere

Il sacro domo (4)

Al fico vario

Dé frutti il Re.

11 - E in ciò t’afferri

Le lunghe fronde

Ond’Eva i candidi

Gigli nasconde:

Fatal malizia

Serpe crudel:

12 - Gettiam la foglia

Gustiam del fico

Nina adorabile,

Su quest’aprico

Colle, che innalzasi

Sacro al piacer.

13 - Né tu mi credere

Il rio Serpente

Se vengo a offrirtelo:

Frutto innocente

Il Ciel rendevalo

Dopo il fallir.

14 – Agli orti Esperidi

Diam bando, o Nina,

Lasciam le magiche

Piante d’Alcina

Queste son favole

Care ai fanciulli.

Se la presente Anacreontica avesse a cadere sotto l’occhio di qualche Censore, pregolo voglia perdonarmi la licenza di non avere rimato l’ultimo versetto della strofa che precede all’ultimo di quella, che la succede.

Carlo Marin Carmi, o N 26 miei Scaccia-noja. Quaderno con poesie dal 1799 al 1848. Fogli sparsi con poesie e note. (Inedito) (Fondazione Ippolito Nievo)

Il piano forte

Anacreontica scritta per egregia suonatrice di tale strumento

1 – Siedi, mia Nina, e l’agili

Alabastrine dita

Adatta al suono: Apolline

All’armonia t’nvita.

2 – E segui ognora il palpito

Di quel gentil tuo core;

Ne segna i voli: accordino

Fra loro Apollo e Amore.

3 – Se vuoi spiegar le placide

E care parolette,

Lievi le dita scorrano,

Come su i fior l’aurette.

4 – Che se poi l’ire torbide,

Le gelosie mi suoni,

Prema la mano, e nascano

Le rie procelle e i tuoni.

5 – Che se concordia spirino

I cori e i sentimenti,

Come i celesti, movano

Soàvi i tuoi concenti.

6 – Se le discordie pignere

La fantasia ti morde,

Noto imperversi, ed Euro

In su le opposte corde.

7 – Se ’l labbro al labbro accostasi,

Degli anelanti petti

Calda la nota gemini

Spieghi vivaci affetti.

8 – Quando il desire infiammasi,

Con voce alta e sonora;

Detti la corda armonica

Desid t’affrena… onora.

9 – Che se d’amore il soffio

Spegne di Vesta il foco,

Sorgi, mia Nina, e lascia

Il piano-forte, e il loco.

10 - Come te ’l sai, non possono

I musici strumenti

Tutte d’amor esprimere

Le gioje, ed i tormenti.

Cav. Carlo Marin

Carlo Marin Per le nozze della nobile signora Andriana Balbi col nobile signore Giuseppe d’Ezdorf, Venezia, Gaspari, 1843, pp. 16-18.

Carmi o N° 26 miei Scaccia-noja di Carlo Marin

Il lago sestine di Cesare Betteloni