Poesie ottocentesche come forma di armonia

Fiori e paesaggi umbri della Bonacci Brunamonti

Le erbe, i fiori e i paesaggi umbri

di Maria Alinda Bonacci Brunamonti 2001

di Luigi Maria Reale

Che delizioso ritratto ho letto oggi della Brunamonti! Non la conoscevo altro che poco. Che senso di pace. Così Renato Serra scrive il 26 gennaio 1911, da Cesena a Benedetto Croce che gli aveva inviato il fascicolo de "La Critica" contenente l’articolo de La letteratura della nuova Italia dedicato alla poetessa perugina Maria Alinda Bonacci Brunamonti. Quel senso di pace avvertito da Serra corrisponde perfettamente all’intento poetico dell’autrice che concepisce e realizza la poesia come forma di armonia spirituale.

Quando nel 1875 l’editore fiorentino Le Monnier, auspice Andrea Maffei, ne pubblica il volume dei Versi, la Brunamonti ha compiuto trentaquattro anni. Aveva esordito dodicenne, nel 1853, con canzoni di argomento religioso molto lodate dal padre Bresciani e in seguito dal vescovo di Perugia Gioacchino Pecci, futuro papa Leone XIII. Ma nel 1859, dopo le stragi perugine del XX giugno ad opera degli zuavi pontifici che massacrarono la popolazione inerme per restituire al delegato papale il governo di Perugia, la diciottenne Maria Alinda intona appassionati carmi libertari e monarchici che saranno riuniti nel 1860 sotto il titolo Canti nazionali.

Unica donna italiana a votare per l’annessione dell’Umbria e delle Marche allo Stato sabaudo, la Brunamonti non sarà una poetessa d’avanguardia, anche se continuerà il proprio esercizio letterario su argomenti civili, temperati con elegie e idilli leopardiani; ma soprattutto su temi ispirati al progresso umano, alle scoperte scientifiche, influenzata in questo dalle sue frequentazioni amichevoli con Giacomo Zanella e Antonio Stoppani.

Nello stesso 1875, anno di pubblicazione di quel primo volume che ne riassume l’iter poetico, la Brunamonti inizia la stesura di un diario, intitolato Memorie e pensieri. Avrà la pazienza e la costanza di tenerlo quasi ininterrottamente per venticinque anni, fino al 1900, quando sarà colpita da una emiparesi. Ne usciranno le pagine stupende dei Ricordi di viaggio, pubblicate postume da La Barbèra di Firenze, a cura del marito Pietro Brunamonti, nel 1905. E più di recente, grazie al recupero dei manoscritti presso la Biblioteca Augusta di Perugia, ne saranno tratte a cura di chi scrive le incantevoli pagine del Diario floreale. Frutto di una acutissima sensibilità nell’osservare e di una innata facoltà di narrare le cose viste, le pagine delle Memorie e pensieri si possono ritenere fra le migliori e certamente fra le più significative, in quanto aliene da finzioni letterarie, della memorialistica italiana del secondo Ottocento.

Appassionata di botanica e geniale autodidatta in pittura, la Brunamonti realizzò un ricco erbario, purtroppo perduto, e una serie di album (ne restano due nel Fondo Brunamonti della Biblioteca Augusta di Perugia) con riproduzioni ad acquerello e tempera della flora umbra. Erano i fiori raccolti da lei stessa, durante le sue lunghe passeggiate nei dintorni di Perugia, nella campagna di Bevagna e Trevi, dove il marito Pietro (avvocato, professore di Diritto all’Università) aveva dei possedimenti. Di quelle care forme eleganti che si chiamano fiori, pazzie liete nella serietà della creazione, annota nel diario il 9 maggio 1887, i fiori sono la gioventù delle cose; la fanciullezza, l’innocenza e l’amore della terra.

Nel comporre il suo erbario e nell’eseguire le riproduzioni della flora umbra, Alinda si rammentava degli erbari medievali, dove si noveravano anche le virtù terapeutiche dei fiori. La poetessa conosceva i Commentari a Dioscoride di Pietro Andrea Mattioli, vero e proprio compendio moderno dei libri dei semplici medievali. Semplici (dal latino medievale medicamentum o medicina simplex) erano chiamate le erbe medicinali; orto dei semplici era quello nel quale le erbe si coltivavano e lettura dei semplici era la disciplina erboristica insegnata nelle facoltà mediche. E quasi a concludere un "diario floreale", la Brunamonti consiglia: […] molta vecchia sapienza medica […] troverebbe […] chi cercasse di tornare allo studio dei semplici che forse oggi eccessivamente si trascura.

Il fiore è una creatura aerea, vivificata dalla luce e dall’aria e dalla linfa, impalpabile quasi: gli acquerelli trasfigurano i fiori, conferendo alla loro entità fisica una dimensione simbolica. I fiori non sono allora considerati elementi puramente decorativi e graziosi della creazione naturale, ma sono energie elementari del Creato. Così la riproduzione pittorica dei fiori, che l’autrice soavemente esegue, gode una sua forza spontanea, trasmessa dall’impulso di quella naturale energia. Così ancora, il taccuino campestre della poetessa-pittrice è una silloge, anzi un florilegio di liriche visive.

E’ restituito alla sua identità etimologica il valore dell’idillio; è definita la misura lirica dell’idillio, in quanto il termine equivale a quello greco di eidyllion diminutivo di èidos, che indica la vista e l’immaginazione, la capacità visiva e la facoltà di evocare le immagini. Ogni fiore è un idillio, un poema sintetico nella creazione della natura, una visione lirica. Riflessa nell’immagine del fiore, la poesia perviene alla qualità ideale di un volo, si alza in volo, è volo: è la luce, l’aria, i liberi spazi; è la trasparenza dell’aria in cui volare con ali libere, in cui librare la fantasia; è la luce in cui dilagare, senza estinzione, nell’atmosfera liquida e iridescente; è la visione di un canto oltremondano:

O aria, aria libera, infinita,

che mi penetri tutta e mi sollevi!

[…]

O aria, o aria lucida e profonda!

Luigi Maria Reale

Bibliogragfia: Maria Alinda Bonacci Brunamonti, Diario floreale inedito dalle "Memorie e Pensieri" (1875-1900), a cura di Luigi M. Reale, Ed. Guerra, 1992; Poesie, a cura di Luigi M. Reale, id., 1997. Maria Raffaella Trabalza, "Fiori di campo, amici miei" di Alinda Bonacci Brunamonti, Ed. dell’Arquata, 1997.

5 gennaio 2001

Vittoria Aganoor e Tommaso Dell'Era (Assisi)

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

Zibaldone

ODORA D’ARIA

da Memorie e pensieri

di Maria Alinda Bonacci Brunamonti

30 settembre 1884_ Colla Bice sono stata a fare una passeggiata mattutina in campagna. Abbiamo preso la via di Monteluce per discendere sotto la macchia detta di Bascaccino. È una valle chiusa e stretta da colli vicini disposti ad anfiteatro. Da una parte sale con ripidezza il monte e a metà sul piano corre la strada maestra. In fondo è una macchia di giovani quercioli. Il paesaggio autunnale mi pare che sia il più bello per l’arte. Già tutte le fratte hanno una ricchezza splendida di bacche e corimbi neri o vermigli o aranciati. Per le argille aride fiorisce abbondante la scabiosa o vedovella color violetto, o bianca o azzurrina: lungo i margini dei fossi la cappuccinella gialla detta dai botanici linaria e il lythrum salicaria a lunga spiga purpurea. Il fior roseo del colchico autunnale sorge dal bulbo senza foglie sullo stelo bianco argentato. La pioggia d’oro detta virga aurea, il delphinium consolida o speronella a fiore azzurro adornano i campi di stoppie. la pica stride il suo verso tra il folto delle querce. Dal ciglione della strada vien giù il tintinnìo dei sonagli dei cavalli che tirano i carretti o carrozzini dei fattori che vanno al mercato. Suonano le campanelle lente dei buoi; e tutti questi soavi rumori di vita scendono nella piccola conca armonica e ne rendono più svariata la pace. Pensai lì i miei migliori idilli.

Assolutamente son persuasa che non si possano scrivere idilli senza studiar la natura sul vero con amore di paesista. Bisogna compor quelle tinte giuste, quelle sfumature, quei tocchi di luce radente propri ad un luogo solo e non comuni a tutti. Così giunge il pittore ad ottenere lo sfondo e la trasparenza. Come non dovrebbe farlo il poeta? Ho sperimentato che l’alito vivificante dei campi rinfresca lo stile e gli dona una certa vita luminosa e mobile, anche allora che non ci occupiamo di paesaggio e d’idillio.

Pare che l’arte coltivata solo dentro uno studio chiuso e in mezzo ai libri puzzi alquanto di muffa e di polvere; coltivata invece a cielo aperto tra le ondate di puro ossigeno che versano le piante, riporti a casa e conservi poi anche tra le pareti e i libri mille salubri effluvi dell’aria fresca e pulita. Chi per languida salute passa molte ore a imposte serrate in un tepore malsano, suol dire a una giovinetta visitatrice che torni dai prati: _ Tu odori d’aria: ossia: tu porti nei capelli, nelle vesti, nel respiro, un’indistinta frescura, un movimento d’atomi, una fragranza di pollini, una corrente vitale poco meno che una luce. _ Così vorrei si dicesse dell’arte quand’ella si presenta sotto forme d’un canto o d’una pittura: odora d’aria.

Credetemi è il migliore elogio che si possa farle

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