Andare in bicicletta a fine Ottocento

Bicicletta o bicicletto?

Bicicletta o bicicletto?

Ricerca di Fausta Samaritani

 

Il primo numero de «La Bicicletta», rivista bisettimanale edita a Milano, porta la data 22-23 aprile 1894. Non era la prima pubblicazione specifica per ciclisti e velocipedisti. A Torino, dal 1883, usciva la bisettimanale «Rivista Velocipedistica», da cui estraiamo questo passo curioso, pubblicato nel numero 326 del 23-26 ottobre 1894:

 

            Una nuova accusa. Il velocipedismo femminino è in pieno trionfo. Un trionfo ottenuto a prezzo di grandi battaglie contro i pregiudizi e la moda. I pregiudizi una volta vinti non ritornano più, massime quando chi li debella è la moda. La moda passa, ma il velocipedismo femminile rimarrà negli usi. Gl’inventori non riposano e presto metteranno in commercio delle selle speciali munite di tutti i perfezionamenti, perché le signore possano liberamente pedalare senza tema di ledere nessun organo anche delicatissimo. Del resto è destino che tutte le cose belle e buone si adoperino anche a cattivi fini. Il bicicletto che è fonte incontestata di salute e vita, può bene anche, usato in certi casi, originare infermità e morte. Non per nulla gli uomini sono dotati da madre natura d’una testa per ragionare!

 

Fu chiesto un parere illuminante a medici illustri: l’uso della bicicletta (o bicicletto) era utile o sconveniente per la salute? Il pedale poteva forse provocare deformità al piede? Il sellino poteva danneggiare gli organi genitali? Il notissimo Cesare Lombroso asserì che il velocipedismo era «ginnastica applicata», quindi utile alla salute. L’avvocato Vincenzo Monaco pubblicò un «Decalogo di consigli», in 25 punti, che la «Rivista Velocipedistica» riprese nel numero 327 del 27-30 ottobre 1894. Monaco raccomandava di consultare un medico, prima di imparare ad andar in bicicletta e di non fare economie sul prezzo di acquisto del velocipede. Il vitto doveva essere sostanzioso ma leggero: bisognava quindi mangiar poco e sorbire bevande non ghiacciate e possibilmente amare, come acqua e assenzio. L’abito era consigliabile di color bianco in estate e scuro in inverno. Bisognava evitare le strade troppo polverose, pedalare appaiati, rallentare ai crocevia, non abbandonare mai il «timone» (o manubrio), munirsi di un campanello squillante, rasentare sempre il marciapiede di sinistra e per prudenza scendere in prossimità di capannelli di persone. Mai usare il revolver contro i cani (le aggressioni dei cani erano all’ordine del giorno e spesso le povere bestie erano abbattute), semmai lanciar loro pietre; mai accogliere le provocazioni dei cavalli o rispondere alle ingiurie dei conducenti dei tram. Contro i monelli, era preferibile usare il frustino. Monaco consigliava di portare qualche pastiglia di sublimato, da sciogliere in acqua, per disinfettare le ferite; di scegliere una sella dura e non una morbida e di indossare una fascia addominale per ripararsi dalle correnti d’aria sulla schiena.

 

Le riviste per velocipedisti erano stampate su semplice carta da giornale. Frequenti erano le vignette, spesso satiriche, e i ritratti di celebri ciclisti professionisti, come Giuseppe Nuvolari, Giuseppe Monti ed Ernesto Costa, come l’americano Arturo Zimmerman e l’inglese Harris; rare erano invece le fotografie. La maggior parte delle informazioni riguardavano le gare di ciclismo, su strada e su pista. Queste riviste erano diffuse soprattutto in regioni del nord e del centro: Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna (a Bologna era nata la «Virtus») e Toscana, cioè dove esistevano piste e perfino velodromi, e dove si organizzavano gare su strada con il concorso di centinaia di ciclisti, fra dilettanti e professionisti. Il campionato del mondo su strada si disputava lungo un percorso di 10 chilometri. In Italia ogni anno si svolgevano centinaia di gare, ma solamente un paio erano riservate alle donne. Già esisteva la Bianchi, la fabbrica per cui avrebbe poi gareggiato Fausto Coppi.

A Verona, in quell’anno di grazia 1894, uscì «Il Ciclista Veneto» che si vendeva a 5 centesimi. A Milano, dal 1893, si pubblicava «Il Ciclo» che nel numero 28 del 10-11 aprile 1894 informava sulle ultime novità: «I tandems. Queste macchine sono destinate a grandi successi sulle piste. Dopo la prima apparizione fatta l’anno scorso, ne avremo in quest’anno tante da farne dei plotoni. I Tricicli. Il triciclo risorge sulle nostre piste. La U. V. I. [Unione Velocipedistica Italiana] ha richiamato in onore il campionato italiano per triciclo.»

La bicicletta (o bicicletto) era sì o no un mezzo di locomozione soggetto ad imposte? Il 9 febbraio 1894 il Consiglio di Stato decise che i Comuni potevano imporre una tassa al possessore di velocipede. Una moda dilagava: commessi, piazzisti, fattorini, per le loro consegne adottavano il triciclo con il vagoncino. L’industria di settore metteva in commercio nuovi pneumatici, sempre più leggeri e adattabili alle difformità delle sedi stradali. Grazie a modifiche alla catena e all’ingranaggio, era più agevole affrontare le forti pendenze: quell’anno in bicicletta fu scalato il Colle della Maddalena. Si organizzavano viaggi in bicicletta, anche di molti giorni, lungo strade poco battute e lontane dalle rotte seguite dalla diligenza, per raggiungere paesi non toccati dalla ferrovia. Un gruppo di ciclisti passò il confine al Colle di Tenda e ciò fece notizia. A Monaco di Baviera, proprio nel 1894, fu sperimentato il prototipo di velocipede a motore.

Bicicletto o bicicletta? La Crusca non si era ancora pronunciata. Nascosto dietro lo pseudonimo «Argo», nel numero 43 de «Il Ciclo», 19-20 maggio 1894, un poeta prese una netta posizione su questo importante dilemma: maschio o femmina?

 

Per me lo dico a tutti, io la considero

La sposa mia, l’amante prediletta,

Ed è per questo che chiamar desidero

Il bicicletto ancora bicicletta.

[…]

Per le signore sia la desinenza

Ed il genere sia sempre maschile

Ma resti a noi però di conseguenza

Il piacere di montare il femminile.

 

«La Bicicletta» divenne la più importante rivista di settore. Le pagine dei primi numeri erano rosa, colore poi ripreso dalla «Gazzetta dello Sport». Tra i redattori c’era Vittorio Luigi Bertarelli (21 giugno 1859-19 gennaio 1926) che si firmava «Biagio Adagio». Sua è una poesia, ispirata ad un suo famoso viaggio, in solitaria, di cinque giorni, in bicicletta, da Reggio Calabria a Pestum. A Villa San Giovanni, Bertarelli aveva visto un uomo in bicicletta: ne incontrò un secondo, ma cinque giorni più tardi, a Salerno. Per via conobbe due giovani fabbri che rimasero incantati nel veder il velocipede: uno di loro accarezzò il pneumatico, chiamandolo “pesce”. La poesia di Bertarelli fu pubblicata nel primo numero de «La Bicicletta»:

 

Dolce Calabria, io ti riveggo ancora

Nella gran maestà del paesaggio

E il ricordo di te caldo m’affiora

Come d’un sole luminoso il raggio.

 

Nel numero 6, del 5-6 maggio 1894, «La Bicicletta» mise in prima pagina una serie di vignette satiriche sui velocipedisti, accompagnate da un breve testo, che qui riassumiamo. Si chiama «looch» il ciclista che va allo sbaraglio; il letterato pedala ad occhi pensosi e bassi, lasciando un solco da «biscia» sul terreno; un avvocato abbandona il manubrio per segnare l’aria con gesti oratori; il falso «cicleman» indossa tutti gli attrezzi del perfetto ciclista e anche in curva conserva l’esatta postura; l’operaio va fiero e spesso si ferma all’osteria; il commesso viaggiatore accelera quando vede una sottana; il medico corre sempre, come se debba recarsi al capezzale di un moribondo.

C’erano anche i «ciclofobi», cioè coloro che detestavano la bicicletta: Carducci definì il ciclista un «arrotino impazzito» e Matilde Serao, intervistata da «La Bicicletta», affermò: «Ogni volta che per una via di città, dove passano con le loro figure ondulanti le belle donne, dove i bambini cinguettano alla mano delle bambinaie, dove le magnifiche dame indolenti si fanno trascinare nelle loro carrozze, io vedo questa macchina fuggente su cui sta accovacciato un uomo, non posso frenare un moto di paura e di disgusto.» (Numero 9 del 12-13 maggio 1894). Trapelò la notizia che nei viali della villa Reale di Monza il re Umberto e la regina Margherita andavano in bici. Anche a Roma fu organizzata una corsa su pista.

 

«La Bicicletta» il 28 luglio 1894 pubblicò un supplemento dal titolo «I preti in bicicletta» che conteneva un lungo elenco di sacerdoti della diocesi di Milano cha la utilizzavano, ritenendola uno strumento utile per il loro apostolato. Il nuovo arcivescovo di Milano Andrea Ferrari chiese lumi a Roma. Il vescovo di Pavia Riboldi vietò ai preti della sua diocesi di usare la bici. Il cardinale Giuseppe Sarto (più tardi papa Pio X), patriarca di Venezia e vescovo di Mantova, mandò alla diocesi di Mantova una pastorale in cui ordinava ai preti e ai seminaristi di astenersi dall’uso del velocipede. Ai preti dell’arcidiocesi di Venezia, il cardinale Sarto non ritenne opportuno vietare alcunché, certo che a Venezia fosse impossibile andare in bicicletta. Al contrario, proprio in quell’anno, fu organizzata una gara per velocipedisti sui ponti e lungo le calli. Nel numero 40 del 7-8 agosto 1894 «La Bicicletta» riprese un curioso testo dell’«Osservatore Romano» che, con funambolici argomenti, ipotizzava un vincolo tra bicicletta e anarchia: «Il velocipedismo è una vera anarchia nel mondo, dico così della locomozione materiale, come l’anarchia è un vero velocipedismo nel mondo della vita sociale.» Chi è mai questo ciclista? si chiedeva l’«Osservatore Romano»: non è un pedone, né un cocchiere, né il macchinista di un treno e non è neppure un animale da tiro. È invece «un che di ermafrodito, di indefinibile, di inclassificabile, che sfugge ad ogni legge di moto, di trazione, di trasporto.»

 

«La Bicicletta», sull’esempio del «Corriere della Sera» che l’anno prima aveva organizzato la Milano-Torino, ebbe l’idea di organizzare la Milano-Bologna, che si svolse il 15 luglio 1894, con il concorso di oltre trecento ciclisti. Furono distribuiti premi per 1.500 lire, offerti dalla rivista. A novembre 1894 «La Bicicletta» annunciò che a Milano era nato il TCCI (Touring Club Ciclistico Italiano), associazione benemerita che nel 1900 mutò il nome in TCI (Touring Club Italiano).

 

8 marzo 2006 Giornata mondiale della donna

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