Noterella su un verso del Castiglione 2001

di Michel Bastiaensen

Tra le produzioni minori di Baldassarre Castiglione, rileggiamo il suo sonetto VI

                               Superbi colli, e voi sacre ruine,

Che ’l nome sol di Roma ancor tenete,

Ahi che reliquie miserande avete

Di tant’anime eccelse e pellegrine!

                        Colossi, archi, teatri, opre divine,

Trïonfal pompe glorïose e liete,

In poco cener pur converse siete,

E fatte al vulgo vil favola alfine.

                        Così, se ben un tempo al tempo guerra

Fanno l’opre famose, a passo lento

e l’opre e i nomi il tempo invido atterra.

                        Vivrò dunque fra’ miei martir contento;

Che se ’l tempo dà fine a ciò ch’è in terra,

Darà forse ancor fine al mio tormento.

A questo sonetto l’ispanista francese Alfred Morel-Fatio dedicò, un po’ più di un secolo fa, un importante saggio [i] , volto a illustrarne la diffusione internazionale attraverso diverse traduzioni, adattamenti o addirittura parodie, tra cui spiccano i nomi di Joachim du Bellay (Antiquitez de Rome, n. VII), Félix Lope de Vega, Paul Scarron, Gutierre de Cetira, Andrés Rey de Artieda e altri; e a cui andrebbero aggiunte le versioni rinascimentali latine di Nicolò d’Arco, di Lazzaro Buonamico e dell’umanista belga Jean Flemingue (Limbourg, provincia di Liegi, inizio XVI sec._Anversa, 1568) [ii] citati da Pier Antonio Serassi [iii] ma non contemplati dal Morel-Fatio.

Sin da Antonio Beffa Negrini [iv] , seguito dall’edizione dei fratelli Volpi [v] e soprattutto da quella, divenuta classica, del Serassi, e poi da tutti gli altri editori, studiosi e critici, appare la lezione “canonica” sopraccitata del verso 11: e l’opre e i nomi il tempo invido atterra.

Ora la prima edizione a stampa di questi versi (Venezia, Giolito, 1547), come anche la ristampa dell’anno successivo [vi] e l’autografo scoperto dal Cian [vii] recano una lezione diversa:

E l’opre e i nomi insieme il tempo atterra.

Difficilmente si potrà contestare che sia stata proprio questa versione, e non quella tramandata dal Serassi, ad aver ispirato i traduttori del Cinque e Seicento, in cui non c’è traccia di questo invido riferito al tempo. Se è vero che l’immediato succedersi di due arsi (6 e 7) ha il merito di consolidare il centro del verso (come in quello iniziale dell’Orlando Furioso), d’altro lato non si può fare a meno di rilevare la relativa banalità dell’aggettivazione (forse un lontano ricordo dell’invida aetas di Orazio, Carm. 1, 11, 7), se paragonata alla  formulazione più compendiosa ed energica, e tutto sommato esteticamente più soddisfacente, dell’autografo e delle edizioni del 1547 e 1548.

È risaputo come, in contrasto con la sua discreta celebrità europea nel passato e gli elogi alle volte ditirambici tributatigli (compresi_ forse_ quelli del Giovio [viii] e, nella nostra epoca, del Toffanin [ix] , che lo considera “l’unico bello”, del Bongiovanni e altri [x] ), questo sonetto abbia riscosso un’accoglienza piuttosto fredda, se non addirittura negativa, negli studi letterari in Italia_ perlomeno dal Novecento in poi. È possibilissimo che non vi siano estranei l’ascendente e l’autorevolezza di Benedetto Croce, che scrivendone nel 1933, diceva di non scorgervi “una sola pennellata veramente calda e sentita” e giudicava la chiusa “insieme artificiosa e meschina” [xi] . Pochi anni più tardi, il Cian (p. 204) vi trovava “certi difetti non lievi che [ne] scemano il valore poetico”, secondo lui attribuibili ai “mali influssi della lirica presecentista”. Quanto a Bruno Maier, egli stima una “manifesta esagerazione”  la qualifica “bellissimo sonetto” di cui lo gratifica il Serassi [xii] e insiste sulla sua “enfasi retorica” e la non adeguazione con la lirica spontaneità del poeta” [xiii] , mentre Mutini lo chiama anche “troppo celebre” [xiv] .

È chiaro che tale ricezione negativa trova soprattutto la sua motivazione nella scarsa originalità dell’argomento, nella convenzionalità del trattamento, nel “tono enfatico che il poeta assume sin dal principio, quasi montando sui trampoli” (Cian, p. 204), e nella disproporzione anche quantitativa dei due termini della similitudine: rovine romane vs pene amorose, universale vs individuale. Ma chissà se, più o meno inconsapevolmente, non vi abbia anche contribuito, nella mente dei critici, la mediocrità dell’aggettivazione nel verso 11? In tal caso, nella misura in cui non si sa se la versione “vulgata” sia stata voluta dal poeta stesso, egli sarebbe stato vittima, almeno su questo punto, di una valutazione postuma veramente ingiusta.

Quanto precede andrebbe evidentemente integrato in una storia sistematica ed esauriente della fortuna critica di questo sonetto, ancora tutta da fare; e che presuppone un inventario completo degli studiosi, apparentemente non molti, che vi abbiano rivolto specificamente la loro attenzione.

Michel Bastiaensen

13 Ottobre 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

[i] A. Morel-Fatio, «Histoire d’un sonnet», in Revue d’Histoire Littéraire de la France, I (1894), pp. 97-102 ; ripreso nella sua “Histoire de deux sonnets” in A. Morel-Fatio, Etudes sur l’Espagne, 3e série (Paris, Bouillon, 1904), pp. 141-164; dello stesso, “A propos du sonnet 'Superbi colli'”, in Bulletin Italien, vol. III (1903), pp. 37-38.

[ii] Vedi il mio articolo “Jean Flemingue et Baldesar Castiglione: une voix néo-latine dans un chœur plurilingue”, da pubblicarsi negli Hommages à Carl Deroux (Bruxelles, 2002).

[iii] Poesie volgari e latine del Conte Baldessar Castiglione pubbl. da Pier Antonio Serassi (Roma, Pagliarini, 1760), pp. 117-118.

[iv] Antonio Beffa Negrini, Elogi historici di alcuni personaggi della famiglia Castigliona (Mantova, Osanna, 1606), p. 410. Si presentano i più vivi ringraziamenti alla dott.essa Raffaella Perini, direttrice della Biblioteca Comunale di Mantova, per le ricerche effettuate.

[v] Opere volgari e latine del conte Baldessar Castiglione (Padova, 1733), p. 326.

[vi] In Delle rime di diversi nobili huomini, in cui non compare l’attribuzione al Castiglione. Cit. da Morel-Fatio, op.cit., p. 99, con il latinismo forsi invece di forse.

[vii] Vittorio Cian, Un illustre nunzio pontificio del Rinascimento: Baldassar Castiglione (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1951; “Studi e Testi”, n. 156), p. 206; trascrizione, a cura della dott. Fornieri, dal codice autografo conservato nella Biblioteca Estense di Modena. Una terza variante è data da Gabriele Fiamma, in un commento alle sue Rime spirituali (1570): e l’opre e i nomi ancor il tempo atterra; ma egli citava evidentemente a memoria.

[viii] Ammesso che a questo poema alluda la frase « quum amatorii doloris finem superba comparatione desperaret », in P. Iovius, Elogia doctorum virorum, in Vitae illustrium virorum [1541], nell’ed. di Basilea, Perna, 1578, p. 143.

[ix] Giuseppe Toffanin, Storia letteraria d’Italia. Il Cinquecento (Milano, Vallardi, 1928); nella VII ed. (1965), p. 204.

[x] Cfr. Gianetto Bongiovanni, Baldassar Castiglione (Milano, Alpes, 1929), p. 186 : « e quando alcuni anni dopo lo studioso ed entusiastico cortigiano della corte di Urbino ritroverà a Roma una nuova vita e alla sua arte un nuovo splendore, e canterà con ben altra eleganza le sacre ruine di Roma, udremo piangere in quei versi non soltanto la ruina delle mure crollate, ma vi sentiremo echeggiare il lamento del soldato e dell’italiano ».

[xi] Benedetto Croce, «La lirica cinquecentesca», in Poesia popolare e poesia d’arte. Studi sulla poesia italiana dal Tre al Cinquecento (Bari, Laterza, 19574), pp. 341-441.

[xii] B. Castiglione, Il Cortegiano, con una scelta delle opere minori, ed. Bruno Maier (Torino, UTET, 1955), p. 590.

[xiii] B. Maier, «Baldesare Castiglione», in Letteratura italiana. I Minori, II (Milano, Marzorati, 1961), p. 910.

[xiv] C. Mutini in Dizionario biografico degli Italiani (Roma, Treccani, 1979), XXII, p. 66.