Tre lettere di Fogazzaro a Luigi Albertini

Ricerca di Fausta Samaritani

 

All’Archivio centrale dello Stato (Roma. Eur), nel Fondo Luigi Albertini (sc. 9, f. 128), si conservano tre lettere di Antonio Fogazzaro che non sono presenti nella edizione delle sue Lettere scelte, curata da Tommaso Gallarati Scotti ed edita da Mondadori nel 1940. Luigi Albertini per alcuni decenni diresse il prestigioso, milanese, “Corriere della Sera”.

Diamo il testo delle tre lettere, con qualche breve nota.

«Vicenza 12 maggio 1908

Egregio Albertini,

Una preghiera. L’avrei fatta più volontieri a voce ma fui indisposto e non mi si permette ancora di viaggiare. Mi dicono che il Concerto alla Scala, posdomani, riuscirà burrascoso. Io non so quale contegno sia per tenere il Corriere verso i  miei. La prego che sia benigno il più possibile ai morti!

E mi creda sempre con amicizia

Suo

A Fogazzaro»

 

Alla Scala, in un concerto diretto dal maestro Ettore Panizzi, furono eseguite musiche del vicentino Gaetano Coronaro, compositore e direttore d’orchestra, morto il 5 aprile 1908. Apparteneva ad una famiglia di musicisti, amici dei Fogazzaro. Suo fratello Antonio, organista, era servito da modello per Franco Maironi, il protagonista di Piccolo mondo antico. Su testo di Antonio Fogazzaro, Gaetano Coronaro aveva composto la Montanina, per pianoforte e canto.

Albertini non lasciò cadere la preghiera. Scrisse il “Corriere della Sera”, il 14 maggio 1908: «I due pezzi del Coronaro, e cioè un intermezzo dell’opera Malacarne e specialmente il Capriccio per orchestra, diedero agli amici ed ammiratori del compianto musicista l’occasione d’una dimostrazione imponente.» Villa Fogazzaro, detta la "Montanina"

 

«Valsolda 31 agosto ’908

Egregio Albertini

Anche questa volta, pare, il glorioso vecchio si mostra più solido delle notizie corse sul suo conto. Ciò non mi dispensa dal risponderle che io potrei bene scrivere alcune righe commosse all’annuncio d’una sventura, ma che non sarei in grado, affatto, di scriverle l’articolo desiderato, degno di Tolstoi e del Corriere. E possa un tale articolo tardare lunghi anni ancora!

Mi creda intanto colla maggiore stima e simpatia

Suo

A Fogazzaro»

 

Nella lettera Fogazzaro fa riferimento alla morte improvvisa di Gaetano Negri, perito nel 1902 a seguito di una caduta, avvenuta durante una passeggiata. In quella occasione Albertini telegrafò a Fogazzaro, chiedendogli qualche parola di partecipazione ad caso doloroso. Fogazzaro mandò il necrologio per telegrafo. In una lettera a Giuseppe Giacosa, scritta da Vicenza il 14 aprile 1902, Fogazzaro raccomandava all’amico: « […] All’Albertini dirai che alla sua tanto buona lettera non vorrei rispondere che inviandogli un articolo; che sto pensandone uno sul genere di quelli già pubblicati nel Corriere e raccolti in volumetto dal titolo Sonatine Bizzarre, ma che mi sento la vena molto stanca e scarsa.» Non era dunque una novità chiedere a Fogazzaro una collaborazione per il “Corriere della Sera”.

 

«Vicenza 4 novembre 1910

Egregio Albertini

Ricevo in questo punto una lettera dell’amico Piero [Giacosa], scritta per desiderio di Lei. Io comprendo, la indiscrezione della Stampa guasta i freni che altrui, onestamente e cortesemente, s’impose. Non posso a meno d’indicarle due particolari perfidie di quella indiscrezione: la data e la firma. Neppure i miei più intimi amici vicentini seppero mai da me sillaba del muovo romanzo e proprio ieri il corrispondente vicentino della Stampa assediò un mio familiare per cavarne qualche cosa, ch’era come voler cavar sangue dalle rape. La firma poi_ S. R._ insinua che l’articolista sia Sebastiano Rumor, mio amico e biografo, del quale si può presumere che sappia delle cose mie più d’altri; e, povero diavolo, di Leila non sa proprio nulla. Qualcuno sparse qui la voce ch’egli abbia corrette le bozze del romanzo. Sherlock Holmes ci vedrebbe un artificio del delinquente.

Con devoto animo

 

Suo

A Fogazzaro»

 

Leila, l’ultimo romanzo di Antonio Fogazzaro, edito da Baldini e Castoldi, fu presentato ufficialmente a Milano l’11 novembre 1910, quattro mesi prima della morte del suo Autore. Il 29 ottobre Fogazzaro aveva spedito a Milano la bozza definitiva: aveva corretto solamente un verbo.

A Tommaso Gallarati Scotti scrisse da Vicenza il 4 novembre:

«Caro amico, fin da ieri ho scritto a Baldini di mandare Leila a Bergamini [Alberto Bergamini, direttore del “Giornale d’Italia”] e anche a Oliva [Domenico Oliva, collaboratore dello stesso giornale], ma certo, potranno parlarne contemporaneamente al Corriere! Hai visto la Stampa? la Perseveranza? Non vedo l’ora che il libro sia fuori e fuori anch’io da tanti lamenti, da tante istanze e indiscrezioni. L’articolo della Stampa è perfidamente datato da Vicenza e firmato S. R. perché si creda ch’è di Sebastiano Rumor: don Aurelio, dice la Tribuna. Abbiamo riso bene! Hai ragione, meglio che tu non scriva. Ti abbraccio»

 

A monsignor Geremia Bonomelli, Fogazzaro mandò Leila il giorno 8 novembre, pregandolo di non far leggere il romanzo prima del 12. Alcune copie circolavano dunque qualche giorno prima della presentazione ufficiale.

 

Con questo ultimo romanzo Fogazzaro intendeva ricucire i rapporti con la gerarchia cattolica, dopo che il precedente, Il santo, era stato messo all’Indice. Fogazzaro, che aveva il senso del mistero, di una fede interiore, si dimostrava tuttavia incapace di distinguere i motivi religiosi ed estetici da quelli letterari. La tormentata storia interna di questo discusso Autore si proiettava in quella dei suoi personaggi.

Egli intervenne apertamente, con articoli e in conferenze, nel dibattito sulla teoria evoluzionistica di Darwin, tentandone una quasi impossibile conciliazione con la dottrina cattolica. Sulla scia di un movimento riformista cattolico, egli cercava una via intermedia fra il materialismo evolutivo di Darwin, che aveva messo in crisi l’origine religiosa del mondo vivente, e un dogmatismo clericale troppo stretto. Tentava di definire una creazione di tipo evoluzionista, in opposizione ad una creazione, fissa nelle forme, degli esseri viventi. Si delineava in quel tempo una reazione spiritualistica al positivismo che era troppo rigido nei suoi postulati, come, del resto, era rigido il mondo cattolico che si opponeva decisamente al Modernismo.

 

Grande risalto diede la stampa quotidiana all’uscita di Leila, il nuovo romanzo di Fogazzaro: era il caso letterario della stagione.

Il “Corriere della Sera” uscì il 12 novembre 1910 con un articolo di Renato Simoni, il quale affermava: «Vi è molto amore divino nel nuovo romanzo di Antonio Fogazzaro, ma la forza e la bellezza del libro stanno nel molto amore umano che contiene.» Nella stessa pagina apparve anche un estratto di un opuscolo, uscito proprio quel giorno e curato da Pio Molajoni, contenente lettere ed episodi inediti di Fogazzaro. Vi si narrava la mancata visita dell’Autore vicentino al neo-eletto papa Pio X, udienza programmata per tentare una riconciliazione con la gerarchia della Chiesa.

Renato Simoni aveva anche anticipato sul “Corriere” del 4 novembre alcuni temi ed episodi del romanzo Leila.

Su “La Stampa”, il 2 novembre furono pubblicate Indiscrezioni e commenti sul nuovo romanzo Leila. Il 3 novembre uscì un articolo dal titolo Le figure e le passioni del nuovo romanzo di Fogazzaro. Firmato con la sigla “s. r.”, aveva scatenato le ire dell’Autore. Quasi l’intera Terza Pagina, nel numero del 10 novembre, era occupata dalla recensione di G. A. Borgese, intitolata “Leila” di Antonio Fogazzaro. Da questo lungo intervento di critica, non tanto favorevole al romanzo, estraiamo un passo centrale.

 

« […] I personaggi di Leila partecipano vivamente alla vita dello spirito. Vi sono i rappresentanti dell’estrema destra, l’arciprete don Tita, il canonico don Emanuele, le bizzochere che fan loro bordone, gente di costumi immacolati, ma di cuor gretto e di mente chiusa, cristiani osservantissimi secondo la lettera, ma ignari di ciò che sia veramente la fede e la carità, sepolcri imbiancati. La gente di mal costume, il losco sior Momi, padre di Leila, la madre galante, i furbi e gl’imbroglioni fan lega con costoro: sante alleanze. L’estrema sinistra è rappresentata, fino a un certo punto, da Massimo Alberti. Egli è divenuto un vero e proprio modernista. Scolaro ed amico del Santo, ne ha portato tropp’oltre gli insegnamenti, è giunto a credere che l’organismo del cattolicesimo è consunto, e che dalla Chiesa esaurita nascerà una nuova fede migliore, come dalla Sinagoga nacque la Chiesa. Fra Massimo Alberti  e don Tita stanno quelli che chiameremmo del centro: il signor Marcello, donna Fedele, don Aurelio. Pieni di fede pratica e di carità attiva, cristiani nel pensiero, nella parola e nell’opera, essi non vogliono impicciarsi di questioni dogmatiche e teologali, accettano integralmente la dottrina cattolica, e, piuttosto che a riformare, pensano a formare entro l’anima loro e nel breve cerchio della loro vita, persuasi che si può essere cattolici osservanti e devoti senza somigliare a don Emanuele o a don Tita. Lelia ha una posizione tutta sua, animata, com’è, da fugaci antipatie contro il modernismo, perché vede in esso un tentativo di sostituire obblighi religiosi più indeterminati e più pesanti ai consueti, ma d’altro canto non tenera dei preti e delle bigotte e, tutto sommato, ignara d’ogni religiosità che non sia tiepida ed esteriore. Verso la fine del romanzo, ella si dichiara apertamente fuori di ogni religione positiva. Ma quest’ultima crisi, se è lecito arguirlo dalla figura complessiva della protagonista, è senza profondità. Leila è l’estrema ombra fuggiasca di quella figura femminile che ha per lunghi anni tormentato la fantasia di Fogazzaro, l’estrema progenie spirituale di quella “sciora Luisa”, devota a un’altra fede morale nel cuore, vagamente e capricciosamente ribelle alla Chiesa nella sua piccola mente irrequieta. Ma è appena un’ombra, è appena un ricordo. Le sue crisi sono scatti di nervi provocati da onde torbide di sensualità.»

 

Lettere di Roberto Bracco e Cartoline di Carducci

1 ottobre 2002

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana www.repubblicaletteraria.it