A dissolver’oro in liquor potabile, da usar à pigliar per bocca

I segreti alchemici di Alessio Piemontese

I Segreti di Alessio Piemontese

 

Ricerca di Fausta Samaritani

ome compendio di una lunga vita e come espressione della sua arte, lo scrittore che si cela dietro lo pseudonimo Alessio Piemontese si isolò in un romitorio e lì scrisse De secreti, opera che fu pubblicata per la prima volta a Venezia, nel 1555, da Sigismondo Bordogna. Seguirono numerose edizioni, e traduzioni in varie lingue fino a fine del Settecento, segno della larga diffusione che ebbe questo libro, che è un trattato sulla preparazione di rimedij facili, atti sanare tutti i mali del mondo. De secreti parla delle mirabili virtù delle piante medicamentose, delle pietre e dei metalli e del modo di servirsene: è un esempio perfetto di quella filosofia naturale che risale a tempi remoti e sopravvive ancora, nonostante la scienza ufficiale. La medicina popolare dei Tacuina sanitatis deriva da testi arabi e fiorisce in Occidente a partire dall’epoca tardo gotica.

Alessio era forse un ecclesiastico, come suggerisce l’epiteto reverendo che troviamo sul frontespizio di alcune edizioni dei suoi Secreti? Certamente era un poliglotta e affermava di conoscere anche le lingue ebrea, araba, greca e caldea. Era un viaggiatore e aveva visitato tre volte i paesi del Levante (afferma di aver vagabondato per 54 anni e conosciuto molte persone dotte, ma anche artigiani e contadini); oppure aveva migrato solamente tra libri e vecchie pergamene? Vantava una naturale inclinazione per la filosofia ermetica, o alchimia, e grande perizia nella ricerca di ogni genere di rimedi naturali.

Nel Libro I De Secreti appare la sigla G. R. che svela il nome dell’autore: si chiamava Girolamo Ruscelli (1504 ca.-1566), era nato a Viterbo, si atteggiava a scrittore versatile e fecondo ed era noto come l’inventore di un’acqua di salute ritenuta miracolosa. Il linguaggio dei suoi Secreti è semplice, netto, confidenziale. Le complesse ricette, la cui preparazione può anche durare molti giorni, sono descritte con minuzia di particolari. La distillazione è il metodo più utilizzato. L’efficacia dei preparati è assicurata.

Girolamo Ruscelli tratta anche di altri segreti. Insegna, ad esempio, come distillare lacquavite, lustrare le lame, conservare la carne, preparare creme di bellezza, sbianchire i capelli, proteggere la vista, accelerare il parto, guarire le lentiggini, scacciare la tristezza, mescolare vernici e inchiostri colorati, evitare il puzzore del fiato, profumare lolio delle lucerne, preparare saponi odorosi e ciprie candide o rosate.

 

Poiché la salute è il bene più prezioso che ci sia, gli alchemici non esitavano a triturare o a sciogliere, nei loro medicamenti, perle, ambra, oro e gemme. Godere di una buona salute non aveva il significato di vivere in completa assenza di malattia, bensì di acquisire conoscenze atte ad avere una lunga e prospera vita. Gli alchimisti, che manipolando la materia studiavano le leggi all’interno delle quali la natura opera la sue trasformazioni, erano ben lontani dalle tecniche della metallurgia. Spesso attribuivano una particolare virtù ad un materiale, desumendola dal suo aspetto esteriore, cioè dalla forma e dal colore, riconoscendo quindi una efficacia benefica nella materia, in base alla legge della similitudine. Gli effetti del verde, per esempio, erano identici nella tormalina verde, nel quarzo ialino e nello smeraldo; il corallo rosso era utilizzato come rimedio dell’anemia e quello bianco serviva a dare latte alle mammelle. 

Per la medicina naturale l’uomo è un microcosmo che rispecchia il macrocosmo che lo circonda. Ogni parte del mondo esterno può incidere sull’uomo, danneggiandolo oppure curandolo, a seconda dei casi. Ogni sostanza fu perciò sperimentata come rimedio terapeutico.

 

(A cura di Fausta Samaritani)

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A dissolver’oro in liquor potabile, da usar à pigliar per bocca per conservar la gioventù, è la sanità, così da sé solo, come mescolato col sopradetto liquore. Et sana ogni infirmità incurabile in sette giorni al più lungo.

 

Habbiate succo di limone, una carraffa piena, & mettetelo a scaldare un puoco, tanto che stia come in principio a disposizione di voler bollire. Allora levatelo via, & colatelo tre, ò quattro volte per una pezza di lino. Poi fatelo distillare, per linguette di feltro, & habbiate due libre di mele [miele] crudo, & mettetelo in una pignatta netta la fuoco,& con esso mescolate il detto succo di limoni, & aggiungetivi mezza libra di sal commune da mangiare, bianco é netto, & sottilissimamente pesto, & ben mescolando ogni cosa farete bollir pian piano, sin che il mele sia tutto schiumato. Dapoi pigliate quello, che resta della pignatta, & mettetelo à distillare prima con soave foco, poi crescendolo, & in ultimo dandole grandissimo. Et come ogni cosa sia fredda, aprite la boccia [caldaia contenente il prodotto da distillare], & levate l’acqua del recipiente, & mettetela in fiasco, molto ben serrata la bocca, che non respiri. Poi rompete la boccia, & pigliate quelle fecce, che vi sono restate in fondo, & mettetele in una pignatta scoperta, ma lutatela intorno [proteggetela con impasto di fango mescolato ad olio di lino cotto, usato dai vasai] acciocché resista al fuoco, & quella pignatta mandate in una fornace di vetrari, ò di boccalari, ò di mattoni, ò di calcina, & fate che stia a gran fuoco per due ò tre giorni. Poi pigliate quella materia, & macinatela sottilissima, & pestatela, & se sarà una libra, aggiungetevi once iv di manna [linfa estratta dalla corteccia di una specie di frassini e usata come lassativo], & due once di zucchero candio, & se non è una libra mettete manco [meno] manna, & manco zucchero, governandovi con la proporzione, ò misura di once iv di manna, & due di zucchero per libra di dette fecce calcinate, & mettete in una boccia di buon vetro, & ben lutato, & sopra vi mettete tutta l’acqua, che di sopra conservaste nel fiasco, aggiungendovi tanta acqua di vita fine [acquavite], che sia à misura per due volte di detta acqua prima é acconciate la boccia sopra il fornello col suo capello [coperchio, o capitello, con il quale si copre la caldaia], ò lambicco, & col recipiente, benissimo serrate, & impattate le giunture, & fate distillare a fuoco soavissimo, perché la materia distilla volontieri, & come non distilla più, crescete il fuoco, tanto, che distilli ogni cosa, che può distillare, & questa acqua, & quella boccia lasciate così stare come stanno senza levarle, né muoverle dal fornello in modo alcuno, sin che l’havete da adoperare.

Poi pigliate fogli d’oro finissimo, che sia once di 24 carrati, & bene affinato per cemento, ò con Antimonio, & questi fogli d’oro fieno a peso quanti volete, secondo, la quantità che ne volete fare, & in una tazza di vetro macinateli con mele, ò con Giulebbe [sciroppo dolce, di origine araba, aromatizzato con essenza di rose o di viole] rosato, ò violato, come si macina per miniare ò per scrivere. Di che nel quinto libro di questo volume noi metteremo distesamente tutti i modi.

Et come sarà ben macinato, & levato il mele con acqua calda (come in tal luogo si insegnerà) pigliatelo, & mettetelo in uno orinale di vetro da distillare [la caldaia], & all’hora cavate via e distaccate il sopradetto recipiente, della boccia, che lasciaste nel fornello, & mettete dell’acqua in una boccia, con collo lungo & ben serrata con cera bianca, e mettete sopra il detto oro nell’orinale, tanta di detta acqua, che tenga fino a cinque dita di spatio di detto orinale, & mettetegli il cappello ò lambicco col medesimo recipiente di prima, e bene impastate [stuccate] le giunture, farete a fuoco temperato distillar via di sopra a quell’oro tutta detta acqua, ma non crescete il fuoco in fine, & non vi curate, che non si disecchi ogni cosa, & che l’oro rimanga alquanto humido.

Poi staccate il recipiente, & il lambico tutto insieme, cioè distaccate, & levate solamente il cappello, ò lambicco di sopra dell’orinale, & non lo distaccate dal recipiente, né movete quella acqua in modo alcuno. Ma habbiate un’altro con voi, che mentre voi alzate il detto cappello dell’ornale, metta sopra a quell’oro dell’altra acqua, che serbaste nella sopradetta boccia serrata con cera bianca, e mettetene pur da cinque dita in detto orinale, & subito ritornateli destramente il suo cappello, & impastate le gionture come prima, & fatte distillare con fuoco temperato come prima, e così poi rialzarete il cappello dell’oro, & aggiungerete dell’altra acqua della boccia con cera bianca, e distillarete sopra l’altra come prima fin che habbiate posta tutta detta acqua, & distillata sopra quell’oro.

Ultimamente votate detto oro di quello orinale in una boccia un poco grandetta, & sopra gli metterete tutta quell’acqua, che in più volte gli havete distillata di sopra, come è detto nel precedente capitolo, e mettete il capello alla boccia, & il suo recipiente da distillare, e facete, che in detto bagno stia caldo, ma non bolla, per quindeci giorni, ò venti, in modo, che la boccia non distilli. Poi facete bollire, & distillar via tutto quello, che può distillare, & nel fondo della boccia vi resterà l’oro dissoluto in liquor preciosissimo. Il qual serbate in vaso di vetro be[n] coperto, & volendo più assottigliarlo potreste, senza levarlo dalla detta boccia, ritornarli sopra la detta acqua, & farla distillar di nuovo, senza però renderla più, che non bolla, come faceste prima, mà farla bollire, & far distillar seguitamente, & così potreste ritornarvela, & distillarla quante volte volete, & quante più, tanto meglio, & haverete un vero fisico, & perfettissimo oro potabile.

Il qual usato à pigliar per bocca una ò due volte il mese, da se solo, ò col predetto liquore posto nel precedente capitolo, vale a conservar la gioventù, e la sanità, & a sanare ogni ostinata, & incurabile infirmità in pochissimi giorni. Et a molt’alte cose vale per altri effetti, come per se stessi possono immaginarsi, & comprendere i giudeziosi investigatori delle ricchezze della natura.

Questo medesimo puntualmente in tutto è per tutto si potrebbe far dell’argento battuto a fogli, e sarebbe ancor ella acqua d’argento, ò argento potabile, & di maravigliosa virtù, se ben non tanto come quella dell’oro. Et io hò veduto, già anni 5 uno Inglese, che haveva un’acqua d’argento, fatta forse per altra via, essendo molte vie della natura, che conducono ad un medesimo fine, e con essa il detto Inglese facea molti miracoli come in sanar infermità grandissime de corpi humani.

 

1 Marzo 2002

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria online, N. 1 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, 2005 (2° edizione)

Messo in rete il 25 ottobre 2015

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