Luoghi poetici di Palazzeschi

Roma, Venezia, Firenze e campagna toscana

di Fausta Samaritani

 

Carlo Mazzarella si trovava una mattina (correva l’anno 1965) davanti alla scalinata dell’Aracoeli. “124 scalini _ pensò _ ma dove ho letto questa informazione? Su una guida turistica, o in un libro di Stendhal?” Gli venne in mente che la scalinata era stata lo scenario del finale del romanzo Roma di Aldo Palazzeschi, edito nel 1953 da Vallecchi: «Era giunto ai piedi del colle Capitolino, in fondo alla scala dell’Aracoeli: solo. Al momento d’iniziarne la salita si fermò, si volse. “Io credo in Dio Padre Onnipotente creatore del cielo e della terra…” […] Aveva salito i 124 scalini senza fermarsi, senza voltarsi. Ma giunto sul Sagrato, prima di entrare nella porta si volse. Il sole irradiava cielo e terra producendo scintillìo di diamanti tra il verde degli alberi. La città palpitava nella luce frizzante: palpitava nei suoi ruderi millenarî, che danno al pensiero il senso di vertigine come gli abissi.»

Mazzarella decise di intervistare lo scrittore per il settimanale “Arti e Scienze”, della 1° rete Rai.

Palazzeschi abitava a Roma, in via dei Redentoristi, all’ultimo piano del palazzetto _ a pochi passi dal Teatro Valle e dalla chiesa di Sant’Andrea della Valle _ che a metà Ottocento il marchese Capranica del Grillo aveva adattato per la moglie Adelaide Ristori. In un altro appartamento abitava l’etruscologo Massimo Pallottino.

Dalla aerea terrazza, dove sbocciavano fiori in tutti i mesi dell’anno, Palazzeschi godeva la vista delle cupole di Roma e poteva spingere lo sguardo fino al Gianicolo. Gli arrivava, sonora, la voce della campana di Sant’Andrea della Valle. In casa Palazzeschi non esisteva nessuno strumento meccanico moderno, tranne la penna stilografica che aveva sostituito da tempo il pennino: mancavano telefono e macchina da scrivere. Anticonformista, egli amava ricevere gli amici, avvolto in una vestaglia da camera in seta, un fazzoletto annodato al collo e ai piedi le celebri pantofole. Nei mesi invernali portava uno zucchetto marocchino e una sciarpa calda. Agli ospiti offriva sempre un bicchierino di Porto. Alle pareti, tra piatti di porcellana cinese, c’erano dodici oli di De Pisis, regalo del pittore amico. In una piccola vetrina, stracolma di cineserie, era appesa una collezione di ossicini di piccione, disposti in ordine decrescente.

Palazzeschi si lamentava che in Italia difettasse la fantasia e fiorisse invece la saggistica.

I personaggi dei suoi romanzi non esistono. Stefanino, stravagante e allegorica creatura che ha la testa dove gli altri hanno gli organi della riproduzione; il Doge, eroe di un romanzo metafisico, steso in una prosa immune da regole sintattiche; Perelà, l’uomo di fumo: questi tre “eroi” sono in realtà “folla”, sono “massa”, cioè conglomerato di individui: nessuna concessione autobiografica e nessun realismo sono presenti nella narrativa fantastica di Palazzeschi. La struttura dei suoi romanzi non è compatta, ma ubbidisce ad una logica interna: è composta di frammenti. La prosa di Palazzeschi non gode del sostegno di una grammatica vigorosa e certa, ma è estetizzante, ripetitiva, carica di sensazioni foniche. Gli scrisse Italo Calvino, il 9 luglio 1966: «Quello che m’incanta nelle Sue novelle è il disegno geometrico che si nasconde sotto i casi umani. Leggendola, scopro che il mio ideale stilistico è proprio questo.»

 

Roma di Palazzeschi

Notturno in piazza San Pietro inizia con questi versi:

Corpi e ombre

per la marmorea foresta

in una notte di luna.

Uscì nel 1945, con una illustrazione di Mino Maccari.

Incipit di Novembre, poesia pubblicata nel 1946:

Dei giovani e dei vecchi

si raggruppano

fra le rovine calde di Roma

su cui i platani lasciano cadere

con frusciare di carta

le loro foglie dorate.

Una poesia ha come titolo Roma. Appartiene alla raccolta Via delle cento stelle, edita nel 1972:

Un giardino di fiori superbi

sormontati ciascheduno da una croce

e che vi prospera

da venti secoli in superficie;

Alla poesia Il Palatino, del 1946, appartengono questi versi:

Bevute dal sole

le pietre sono bianche

come tombe anonime e deserte

riarse

e le fronde palpitano leggere

di un’aspirazione celeste.

 

«Nella città santa _ scrisse Palazzeschi in Roma, Vallecchi, 1953 pp. 135 _ la santità non esclude mai la bellezza che tenne d’occhio attentamente e con palese interesse, fino alle più remote lontananze delle piramidi e la sfinge, conservando di tutte piacevolissime testimonianze. E nella lotta con la bellezza fu sempre la santità a cedere, a trovare saggiamente il modo di vivere.»

In Via Appia Antica, pubblicata nel 1959, Palazzeschi narra di essersi addormentato riverso sull’erba, immerso nella natura e nelle memorie del passato. In questo luogo aperto e solenne, descritto con toni che, nei languori estetizzanti, ricordano Il vestibolo silvano del Libro Primo di Maia di d’Annunzio, al suo risveglio Palazzeschi osservò che:

Il pino solitario

dal tronco colossale

produceva

un baldacchino regale

altissimo

sopra la nostra testa

e il verde della cupola

immensa

dorato dal sole in discesa

nell’aria ferma

dava un tocco di solennità

millenaria

al signore di pietra grigia

e alla mia maraviglia.

Un tripudio di luci, nei versi di Ponte Garibaldi, luogo familiare e non lontano dalla casa romana e dall’Isola Tiberina, nel cui Ospedale Palazzeschi morì il 17 agosto 1974:

Quando il sole si nasconde

dietro la cupola di San Pietro

sembra volerla incendiare

giungendo ad allungare

con mano voluttuosa

morbidamente

una carezza rosa

alla montagna azzurra.

[…]

Le vecchie pietre

del Ponte Palatino

e dell’Isola Tiberina

le fatidiche pietre

della vetusta Roma

in quella luce

hanno un palpito lieve

di nostalgia.

 

Venezia di Palazzeschi

Nel 1955 usciva, per i tipi All’insegna del pesce d’oro, il Viaggio sentimentale di Palazzeschi. Conteneva anche la poesia Santa Maria della Salute, più tardi compresa nel volume Cuor mio, con numerose varianti:

Acqua.

Voltepilastricolonnearcate

sorgono in circolo

dallo specchio di un Canale

per sostenere Angeli e Santi

fiori d’acqua

per un paradisiaco baccanale.

Il secondo è un verso bizzarro e barocco che esprime la continuità delle forme plastiche del complesso architettonico che sorge dall’acqua immota. Lirica di ambienti immobili, statici, privi di umane presenze e in cui si mescolano ingredienti diversi eppure affini, la poesia Sacca della Misericordia fu ampliata e corretta in Cuor mio:

Specchio quadrato

dell’acqua densa e smeraldina

colore prediletto del pittore di Verona

nella mattina di Gennaio

gelata e limpida

sento di vivere in un cristallo.

Palazzeschi acquistò una casa a Venezia _ teatro della fantastica invenzione del suo romanzo Il Doge (1967) _ al numero 4422 di Fondamenta del Rimedio, a poche decine di metri da piazza San Marco. Si trasferì poi a Cannareggio 4263, in Calle del Forno, nei pressi della Ca’ d’Oro. Indossava sovente il cappello di paglia e la maglietta a larghe righe dei gondolieri e divenne uno dei protagonisti del premio Campiello. Sulle pareti della casa veneziana aveva appeso una collezione di piccoli rami a forma di pesce e sopra un tavolino disposto una raccolta di grosse conchiglie. Per Palazzeschi Venezia era «un miracolo della fantasia, irreale nella realtà.» I versi che dedica a Venezia sembrano una composizione geometrica, immobile nel tempo.

Sul “Corriere d’informazione ” del 18-19 aprile 1959 uscì la poesia San Lazzaro degli Armeni:

Isoletta venuta dall’Oriente

galleggiando

e rimasta incantata

davanti a Venezia:

Palazzeschi restò sempre fedele al verso libero, che fu tra i primi a adottare, esiliando le catene della rima. Nei suoi versi, anche in quelli composti in tarda età, rimase un sottofondo crepuscolare di toni stanchi e malinconici: ambienti vuoti e scenografie stilizzate, in cui riverberare il suo mondo interiore.

 

Palazzeschi e la campagna toscana

«Proponendomi il massimo della semplicità nell’esprimermi; delle notazioni semplici, delle pure linee, ispirate a soggetti campestri un po’ estatici e in cui l’umanità non prendeva maggior posto di un albero, di una statua o di una fonte. Alberi su vie di campagna, ville coi loro parchi un po’ abbandonati e misteriosi, piccoli santuari, tabernacoli e chiese, un po’ abbandonate anche quelle, folle mute. Mi pareva che in quei luoghi appartati, solitari e silenziosi, si fosse rifugiato lo spirito umano e la poesia. Dopo tanta magniloquenza e magnificenza di espressione vedevo la poesia come il filo chiaro dell’acqua che scaturiva da una sorgente.» Con queste parole Palazzeschi ricordava il tempo di stesura del suo primo opuscolo di versi, I cavalli bianchi, edito nel 1905 in cento esemplari e a spese dell’autore. (Palazzeschi allo specchio, in “Omnibus”, 29 maggio 1937)

In Toscana, tra Ottocento e Novecento, fioriva la seconda generazione dei macchiaoli, ricca di geniali varianti stilistiche, aperta agli influssi dell’Impressionismo francese e del Naturalismo europeo. All’ultimo piano dell’Accademia fiorentina, nello studio Giovanni Fattori, si ritrovavano Ulvi Liegi, Lorenzo Viani, Plinio Nomellini e tanti altri. Firenze era contigua ad una campagna che offriva straordinari paesaggi, solari o umidi, ridenti o melanconici, da riprodurre in coloriture compatte o con la nuova tecnica del divisionismo: case su colline, buoi e aratri, chiostri, cimiteri, cipressi, primi piani sfondati verso la fonte naturale della luce, cortili e pergolati, meste chiese solitarie.

 

Guido Colucci Villa Gori, acquaforte, c. 1909

 

Negli stessi anni, Firenze era anche la sofisticata capitale della scena letteraria italiana: Soffici, Papini, Prezzolini, Palazzeschi. Nascevano le riviste critiche e letterarie, cardini del rinnovamento culturale italiano.

Da I cavalli bianchi estraiamo l’incipit della poesia Il cancello:

L’oscuro viale dai mille cipressi

che porta al cancello del grande piazzale

è aperto a la gente.

Soltanto il cancello non s’apre.

Singolarità del suo mondo poetico, Palazzeschi rende irreale il reale, sfuma il senso del tempo, dilata l’aria intorno ad oggetti immobili, crea scenografie stilizzate e prive di chiaroscuri. Nei versi di Palazzeschi si ritrova il gusto sobrio delle incisioni in bianco e nero dei post macchiaioli. Come in una filastrocca, egli narra la storia, surreale, staccata dalla vita sociale e bloccata nel tempo, delle tre vecchie Ara, Mara, Amara, oramai al confine della vita:

In fondo a la china

fra gli alti cipressi

v’è un piccolo prato.

Si stanno in quell’ombra

tre vecchie giocando coi dadi.

Non alzan la testa un istante,

non cambian di posto un sol giorno.

Le tre vecchine stilizzate sono un presagio delle Sorelle Materassi, sfiorite senza aver gustato la giovinezza. In questa vecchiaia statica Palazzeschi esprime il suo personalissimo status crepuscolare di esclusione dalla vita degli altri, in una rarefatta atmosfera di morte e con toni di intellettuale lucidità: “buffo”, “pagliaccio”, “saltimbanco”… alla ricerca di una personale identità, stilistica e umana, Palazzeschi si definisce con questi termini strampalati, ironici e grotteschi, che nascono dalla sua inquietudine e deformano la realtà. Detestava il “buon senso comune” e talvolta esprimeva con un linguaggio caustico la sua rivolta contro le tradizioni sociali. 

 

Firenze di Palazzeschi

«Avevo tre anni. Tre anni e un amore già: la finestra, tutte le finestre. Tre anni, e già un odio: la minestra, tutte le minestre.» Con queste parole egli rievocava i ricordi della prima infanzia, a Firenze (Una casa per me, in “Corriere della Sera”, 7 aprile 1926). A cinque anni, una sera, gli venne in capo la matta idea di accendere una fila di cerini, infissi sul bordo della finestra e per poco non mandò la casa in fumo. Era un presagio dell’Incendiario, irridente e disincantato? Molti anni dopo, prese «tante lettere e letterine, virgolette punti e linee, strumenti non senza pericolo anch’essi da maneggiare, e fattone sillabe e parole, non vincendo alla tentazione, volli metterli in fila, come più mi piaceva e pareva che stessero bene; una fila poco più lunga e non meno bizzarra. E come allora, per un irresistibile capriccio, mi piacque di vedere anch’essa accesa nell’aria; una luce non più alta, né durevole forse, di quella dei cerini nella sera dell’altra primavera.» (Stampe dell’800, 1932).

Tra i versi fiorentini abbiamo scelto questi, tratti da Monte Ceceri, nella redazione pubblicata in Cuor mio, una raccolta di poesie scritte nell’arco di venticinque anni, pubblicata da Mondadori nel 1968:

Nella conca leggiadra

la città fuma.

Torri e cupole

emergono

nei vapori densi

d’un tramonto di rosa.

Tremule spuntano

le prime gemme della sera

nella lontananza

 e un giro di montagne

già viola

vi formano intorno

il rito della bellezza:

Firenze.

Nella galleria poetica di Palazzeschi c’è anche questo abbandono lirico, esaltato dalla lontananza dalla città natale, questa variante cromatica del suo mondo poetico, come se la luce incendiaria del tramonto fosse l’unica capace di accendere i colori della realtà. Denso, terso, barocco, il colorismo luminoso di Palazzeschi ha tocchi di sensualità visiva.

 

Fausta Samaritani

 

Bibliografia: Aldo Palazzeschi Tutte le poesie, a cura di Adele Dei, Milano, Mondadori, 2002.

 

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6 giugno 2004

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